Paolo Borsellino sapeva. Sapeva della trattativa tra Stato e mafia. Aveva intuito il ruolo di Dell’Utri, secondo Cosa nostra, “il personaggio su cui scommettere”. E ancora, il mistero dell’agenda rossa. Il racconto degli ultimi giorni del magistrato antimafia alla caccia dei mandanti “interni” ed “esterni” della strage di Capaci, in cui morì Giovanni Falcone. “Una ricerca che Borsellino pagherà con la vita”. Così dicono al Fattoquotidiano.it gli autori del libro “Gli Ultimi Giorni di Paolo Borsellino”, dalla strage di Capaci a via d’Amelio (Aliberti editore, 16,50 euro), Giorgio Bongiovanni e Lorenzo Baldo.

Avete deciso di focalizzare l’attenzione sugli ultimi 57 giorni della vita di Borsellino.
Sì. E abbiamo scoperto che c’è un filo rosso che lega tanti momenti della storia della mafia, dell’antimafia e dei loro protagonisti. Gente diversa e dinamiche opposte. Ma la strada che porta al martirio è uguale.

Ci fa un esempio?
Parliamo della strage mafiosa di via Carini (Palermo) del 3 settembre 1982 in cui cadde Carlo Alberto Della Chiesa e la moglie, Emanuela Setti Carraro. Accostiamola a quella di via d’Amelio. Dalla Chiesa sa che a Palermo ha solo 100 giorni a disposizione. Stessa cosa vale per Borsellino. Con la differenza che a disposizione di giorni ne ha avuti meno, 57. Per entrambi la morte è annunciata. Entrambi, ne sono consapevoli. Entrambi lo annunciano.

Chi è Borsellino dopo la morte di Falcone e come impiega i suoi ultimi giorni?
In quel momento il magistrato ha nelle mani la possibilità di trasformare la storia d’Italia. E’ lui il magistrato più famoso del mondo. Lo diventa, purtroppo, a seguito della morte di Giovanni Falcone. Impiega giorno e notte nel tentativo di vendicare la morte del suo amico fraterno. Indaga sui mandanti interni ed esterni.

Cosa intende per mandanti “interni” ed “esterni”?
Per interni intendo gli esponenti di Cosa Nostra. Gli esterni sono quelli che hanno dato l’imput. Una struttura parallela a Cosa Nostra. Certamente, nei fatti, superiore: lo Stato.

Si parla molto negli ultimi mesi della trattativa.
All’interno delle nostre istituzioni, in quel momento, c’è chi vuole eliminare Borsellino.

Perché ne è così convinto?
Borsellino sapeva già della trattativa tra Stato e la mafia. Sapeva dei contatti tra Cosa nostra e Ros. Sa di Mario Mori.

Una storia ancora tutta da dimostrare.
Appunto. Ma c’è qualcosa di più inquietante. Borsellino, proprio in quei giorni, sta iniziando le indagini che riguardano Marcello Dell’Utri. Di lui, il magistrato sa che per la mafia rappresenta un nuovo cavallo su cui scommettere.

Si riferisce all’ intervista rilasciata a Jean Pierre Moscardo e Fabrizio Calvi due giorni prima della strage di Capaci?
Sì. Borsellino in quel momento rappresenta un ostacolo non solo per la trattativa in corso, rappresenta un problema per chi sta preparando la discesa in campo di Forza Italia. Un nuovo potere che sicuramente il giudice avrebbe messo sotto inchiesta. Sono convinto che lui avrebbe indagato su Dell’Utri per associazione mafiosa e Silvio Berlusconi per favoreggiamento.

Sono affermazioni pesanti. Ne è proprio sicuro?
Aggiungo un particolare. In quel momento Cosa nostra non ha interesse a uccidere Borsellino. Le carte dei magistrati che noi pubblichiamo lo dimostrano. Brusca, Cangemi, Giuffrè, vale a dire il gotha della mafia indica nomi di altri personaggi da eliminare: Andreotti, Martelli, Mannino, Vizzini, Grasso. Non si capisce da dove venga l’urgenza, a un certo punto, di eliminare il magistrato.

Nel libro mettete insieme tutte le dichiarazioni rilasciate alle toghe dalle persone presenti in via D’Amelio, subito dopo l’esplosione. Ricostruite anche i momenti che portano alla sparizione della agenda rossa.
L’agenda è stata sottratta, questo è sicuro. Ma l’episodio è ancora avvolto nel mistero. L’unica cosa che possiamo dire è che il colonnello Arcangioli (l’indagato numero uno della sparizione, ndr), in quei momenti di angoscia tra le macchine ancora fumanti, ha preso la borsa del magistrato. Con questa è andato in giro tra le macerie. Per poi tornare indietro e riportarla nella macchina. Questa condotta non ha nessuna logica.

Però è stato assolto.
Sì, i giudici hanno stabilito così. Loro mettono in dubbio anche la presenza dell’agenda all’interno della borsa. Tanti misteri, dunque. Tra questi, però, c’è l’illogico comportamento del funzionario.

Borsellino sapeva. Sapeva della trattativa. Sapeva delle vicende di Ciancimino. Sapeva di Dell’Utri, per Cosa nostra, “il personaggio su cui scommettere”. E ancora, il mistero dell’agenda rossa. Il racconto degli ultimi giorni alla caccia dei mandanti “interni” ed “esterni” della strage di Capaci. “Una ricerca che Borsellino pagherà con la vita”. Ne sono sicuri gli autori del libro “Gli Ultimi Giorni di Paolo Borsellino” (Aliberti editore, 16,50 euro), Giorgio Bongiovanni e Lorenzo Baldo.

Perché focalizzare l’attenzione sugli ultimi 57 giorni della vita di Paolo Borsellino?

C’è un filo rosso che lega tutti i momenti della storia di mafia e antimafia. I protagonisti che la animano sono diversi, ma la metodologia che porta al loro martirio uguale.

Ci faccia un esempio

Parliamo della strage mafiosa di via Carini. 3 settembre 1982, in cui cadde Carlo Alberto Della Chiesa e la moglie, Emanuela Setti Carraro. Accostiamola a via d’Amelio. Dalla Chiesa sa di avere un tempo limitato da prefetto a Palermo: 100 giorni. Stessa cosa per Borsellino. Con la differenza che a disposizione ne ha avuti di meno, 57. Per entrambi la morte è annunciata. Entrambi, ne sono consapevoli. Entrambi lo annunciano.

Cosa c’è da raccontare in quegli ultimi 57 giorni di Borsellino?

In quel momento il magistrato ha nelle mani la possibilità di trasformare la storia d’Italia. E’ lui il magistrato più famoso del mondo. Lo diventa, purtroppo, a seguito della morte di Giovanni Falcone. Impiega giorno e notte al tentativo di vendicare la morte del suo fraterno amico. Indaga sui mandanti interni ed esterni.

Cosa intende per mandanti “interni” ed “Esterni”.

Per interni intendo gli esponenti di Cosa Nostra. Gli esterni sono quelli che hanno dato l’imput.

Una struttura parallela a Cosa Nostra. Certamente, nei fatti, superiore: lo Stato.

Si parla molto negli ultimi mesi della trattativa.

All’interno delle nostre istituzioni, in quel momento, c’è chi vuole eliminare Borsellino.

Perché ne è così convinto.

Borsellino sapeva già della trattativa tra Stato e la mafia. Sa dei contatti tra Cosa nostra e Ros e Mario Mori. Della trattativa con Ciancimino.

Anche di questo si parla tanto, ma è tutto da dimostrare.

Appunto. Poi c’è qualcosa di più inquietante. Borsellino sta iniziando le indagini che riguardano Marcello Dell’Utri. Di lui, il magistrato sa che per la mafia rappresenta un nuovo cavallo su cui scommettere.

Si riferisce all’ intervista rilasciata a Jean Pierre Moscardo e Fabrizio Calvi due giorni prima della strage di Capaci?

Sì. Borsellino in quel momento rappresenta un ostacolo non solo per la trattativa in corso. Rappresenta un pericolo per la discesa in campo di Forza Italia. Un nuovo potere che avrebbe messo sotto inchiesta. Sono convinto che lui avrebbe messo sotto indagine Dell’Utri con l’ipotesi di reato di associazione mafiosa e Silvio Berlusconi per favoreggiamento.

Non ha dubbi.

Aggiungo un particolare. Cosa nostra non ha l’interesse in quel momento di uccidere Borsellino. Le carte dei magistrati che noi pubblichiamo lo dimostrano. Brusca, Cangemi, Giuffrè, il gotha della mafia indicano nomi di altri personaggi da eliminare: Andreotti, Martelli, Mannino, Vizzini, Grasso. Da dove viene l’urgenza, a un certo punto di uccidere il magistrato?

Nel libro mettete insieme tutte le dichiarazioni fatte ai magistrati dalle persone presenti in via D’Amelio, subito dopo l’esplosione. Ricostruire i momenti che portano alla sparizione della agenda rossa.

L’agenda è stata sottratta, questo è sicuro. Ma l’episodio è ancora avvolto nel mistero. L’unica cosa che possiamo dire è che il colonnello Arcangioli (l’indagato numero uno della sparizione, ndr) in quei momenti di angoscia, tra le macchine ancora fumanti, ha preso la borsa del magistrato. Con questa è andato in giro tra le macerie. Per poi tornare indietro e riportarla nella macchina. Cosa ha di logico tutto questo?

Però è stato assolto.

Sì, i giudici hanno stabilito così. Non si sa nemmeno se l’agenda si trovava dentro la borsa. Ma restano i dubbi, e resta l’illogico comportamento del funzionario.