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di Sonia Alfano | 15 dicembre 2010

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Scilipoti, il figlio legittimo del berlusconismo

Seppure a frittata ormai fatta, è bene riflettere sulle ragioni per cui il governo del grande corruttore è rimasto in sella, grazie al voto dei venduti dell’ultima ora. Adesso tutti gli italiani sanno chi è il medico “appassionato” di agopuntura, mentre fino a qualche settimana fa non lo conosceva nessuno. Gli italiani non vedono l’ora di coccolarlo come un bambolotto, ovviamente a prescindere dalla sua stazza fisica. Ecco, è il suo momento di gloria, che se lo goda: è evidente che taluni non distinguono la gloria dal disonore.

Tale Scilipoti è sempre stato un evidente corpo estraneo nell’Italia dei Valori, un personaggio a dir poco equivoco. Non solo si inalbera, protesta e si scompone perchè il partito si disinteressa all’agopuntura, argomento fondamentale in un Paese che affonda nella povertà e nella violenza, ma giudica anche sconveniente il fatto che si parli di mafia: “E’ ora di finirla di parlare di mafia”, aveva detto. E adesso di certo non ne sentirà parlare negli stessi termini, vista la sua “nuova” appartenenza politica. Scilipoti è la dimostrazione, in parte lombrosiana, che il peggio della politica italiana non lo offre sempre e solo Berlusconi, perchè in una compravendita di voti il peggiore non è chi paga per avere un sostegno, ma chi si svende per una poltrona.

Che Scilipoti sia stato indagato dalla procura di Barcellona Pozzo di Gotto per falso in scrittura privata e calunnia e successivamente condannato ad un risarcimento di 200 mila euro, ormai lo sanno tutti. A novembre scorso Scilipoti è stato raggiunto dalla notifica dell’avviso di conclusione delle indagini preliminari emesso nei suoi confronti dalla Procura di Barcellona, quindi l’indagine è pronta per la richiesta di rinvio a giudizio.

E’ bene quindi cominciare proprio da lui, l’agopuntore Domenico Scilipoti, nato a Barcellona Pozzo di Gotto, la città in cui l’8 gennaio 1993 venne assassinato Beppe Alfano. Non è un fuor d’opera il richiamo alla Corleone del terzo millennio, cioè a Barcellona P.G., nella ricerca dei motivi del comportamento di Scilipoti. Se fossimo stati attenti agli atti politici (per definirli così) compiuti dall’agopuntore nell’ultimo mese, avremmo capito che il suo passaggio al peggior berlusconismo era già cosa fatta.

Il 5 novembre scorso in provincia di Messina scattava l’operazione antimafia denominata Torrente: finiva in carcere, fra gli altri, con le accuse di concorso esterno in associazione mafiosa e voto di scambio, Salvatore Lopes, ex sindaco di Furnari (ME) berlusconiano e dell’utriano . L’operazione era il seguito di quella denominata Vivaio, che un paio d’anni fa aveva definitivamente disvelato il controllo mafioso della discarica di Mazzarrà S. Andrea. A seguito dell’operazione Vivaio, poco più di un anno fa l’amministrazione comunale di Furnari guidata da Lopes era stata sciolta per infiltrazioni mafiose. Secondo le accuse, l’ex sindaco Lopes ha fornito sostegno proprio al clan mafioso di Mazzarrà S. Andrea, che controlla il territorio a ovest di Barcellona Pozzo di Gotto, ivi compresi i comuni di Furnari, Mazzarrà S. Andrea e Terme Vigliatore.

Due settimane fa il Tribunale del riesame di Messina ha confermato l’ordinanza che ha disposto il carcere per Lopes ed i suoi coindagati. Ebbene, il 22 novembre scorso, in silenzio e quindi ancor più indegnamente, l’ineffabile Scilipoti ha presentato un’interrogazione parlamentare con la quale ha sostenuto l’ingiustizia dell’arresto dell’ex sindaco Lopes, fatto passare per perseguitato dalle toghe rosse, in piena adesione spirituale al verbo berlusconiano. L’epifania berlusconiana di Scilipoti della settimana scorsa era dunque già stata preparata.

In realtà, dal giorno della sua elezione al Parlamento, Scilipoti non ha compiuto un solo atto che servisse a contrastare, anche solo labialmente, il sistema di potere mafioso dominante nell’hinterland barcellonese, capace di relazionarsi con i vertici del mondo politico, degli apparati giudiziari, delle forze di polizia, dell’imprenditoria e perfino della società civile. Scilipoti da quel mondo, si comprende oggi, non è molto distante.

Confinante con Barcellona Pozzo di Gotto è il comune di Terme Vigliatore, dove Scilipoti vive. Nel dicembre 2005, a seguito delle meritorie denunce dell’indimenticato prof. Adolfo Parmaliana, anche l’amministrazione comunale di Terme Vigliatore venne sciolta per infiltrazioni mafiose. Nella relazione prefettizia che portò al decreto di scioglimento firmato dal Presidente Ciampi, che a questo punto è bene recuperare e studiare con attenzione, si legge anche di Scilipoti, che per qualche mese era stato perfino assessore nella giunta. A proposito di un progetto immobiliare, gli ispettori ministeriali testualmente scrissero: “Quanto sopra si rappresenta al fine di evidenziare i collegamenti intercorsi tra Scilipoti Domenico, classe ’57, il quale ricoprirà nel 2002, seppur per breve tempo, anche l’incarico di assessore comunale al Bilancio nella Giunta Nicolò, con personaggi appartenenti ad una delle più importanti cosche della provincia di Reggio Calabria”.
Il voto berlusconiano espresso ieri da Scilipoti, dunque, sotto traccia era nelle cose.

Così, nel contesto generale, un piccolo paese come Terme Vigliatore diventa epifenomeno dei mali dell’intera nazione. In quel paese hanno operato un balordo come Scilipoti e un eroico combattente della sinistra e della legalità come Adolfo Parmaliana. Eppure, al Parlamento, da perfetto Dr. Jekill e Mr. Hyde, è giunto Scilipoti, mentre il prof. Parmaliana, come ultima denuncia contro il potere mafioso imperante in quel territorio, ha dovuto togliersi la vita il 2 ottobre 2008.

Ripensare alla selezione del ceto politico, comprendere che va valorizzato l’impegno di chi si batte contro le devianze di tutte le mafie anziché inventare scenari di cartapesta in cui la responsabilità politica venga affidata a fraudolenti slogan da taumaturgo, è un modo, oggi, per chiedere pubblicamente scusa ad Adolfo Parmaliana. Domani, per ricacciare tutti gli Scilipoti d’Italia nella discarica della malapolitica.

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