Berlusconi vince 314 a 311. La giornata è stata appassionante, non tanto per la qualità e la spettacolarità dei lavori parlamentari, quanto per l’imponente mole di dati e opinioni generate dalla possibilità (totalmente nuova per la storia politica d’Italia) di seguire i voti di fiducia via Facebook e Twitter, su siti che offrivano aggiornamenti, commenti, indiscrezioni, colpi di scena e tempeste in un bicchiere in esclusiva e in tempo reale.

La politica, così, diventa molto più interessante, polarizza di certo i sentimenti, ma porta l’intera Italia a interessarsi alla questione.

Questo aggiornamento costante, quasi ossessivo, comporta di certo reazioni molto più emotive, atteggiamenti e sfottò del tutto simili al tifo calcistico e, soprattutto, crea un insolito dialogo tra il Palazzo e ciò che accade fuori. Proprio per questo mi piacerebbe isolare qualche concetto per iniziare ad analizzare la giornata in modo più sereno.

1. Per il futuro del nostro Paese, il voto di oggi non cambia nulla. Pensare che i vari Calearo, Scilipoti, Polidori possano aver davvero cambiato le sorti dell’Italia mi pare assai ingenuo e fin troppo premiante nei loro confronti. Una maggioranza che non arriva ai 316 voti per diventare assoluta, di fatto, non è in grado di governare, soprattutto se pensiamo a come quei 314 voti sono stati assemblati, alla volatilità politica di molti dei parlamentari “salvatori”. Il Governo resterà bloccato fino a discontinuità al momento non previste. Berlusconi chiuderà definitivamente a Fli e dovrà aprire all’Udc, un’operazione quasi impossibile per i noti veti leghisti e perché appare improbabile che Casini e Fini possano già separarsi.

2. Politicamente, invece, cambierà qualcosa.
Il grande sconfitto è Gianfranco Fini, che dovrà far cadere sistematicamente il Governo, dunque mettersi all’opposizione e quindi dimettersi da Presidente della Camera per evitare l’implosione di FLI e la sua definitiva morte politica.
L’altro grande sconfitto è Antonio Di Pietro, involontario complice della salvezza di Berlusconi: l’emorragia di parlamentari verso Berlusconi dimostra, se ce ne fosse bisogno, che l’offerta politica dell’Italia dei Valori offre un sottobosco molto meno integro dal punto di vista morale di quello promesso dai suoi leader nazionali. Questo stronca l’immagine “di governo” di una forza che dà il meglio di sé quando deve opporsi ma che, da qualche tempo, aspirava ad un’evoluzione del suo profilo.
Non vince Berlusconi, che ha dovuto far ricorso a tutte le sue “armi di persuasione” per salvarsi e che si è incaponito nella ricerca della fiducia a tutti i costi (non è una metafora) solo ed esclusivamente per dare una lezione a Fini.
Si difende il PD, Bersani addirittura ne trae qualche vantaggio anche per merito di un suo ottimo intervento questa mattina alla Camera. Il Partito Democratico dice definitivamente la parola fine al modello-Veltroni, quello delle liste-figurine, che nella parabola di Calearo conosce tutta la sua drammatica inconsistenza. Per molti sarà una liberazione.
Casini trae un enorme vantaggio tattico, che però non dovrebbe sfruttare a meno che non voglia vanificare tutto il lavoro fatto in questi mesi per rendere l’Udc “un partito non in vendita”.
L’unico, vero, vincitore, è Umberto Bossi. Fli ha avuto la golden share sulla maggioranza sino a oggi: ora B&B possono teorizzare la capacità di poter governare senza Fini. Questo abbraccio rende la Lega tremendamente più forte di sei mesi fa. La beffa, per i finiani, è proprio questa: sono usciti per tamponare la Lega, ora restano fuori e regalano praterie a Bossi.

3. Nel frattempo, Roma è oggetto di scontri violentissimi. Il mix tra la protesta (pacifica) di studenti e parti sociali e quella (violenta) dei black bloc offre un altro assist a Berlusconi, ancor più grave perché regalato nel giorno della sua vittoria. Manifestare il giorno della sfiducia al Governo può essere un’ottima idea; manifestare il giorno della fiducia è invece, certamente, una pessima idea. Non si può far opposizione in piazza lanciando una monetina e affidandosi al senso di responsabilità istituzionale di quella classe politica che si contesta con così tanto ardore. Avrebbe avuto più senso manifestare domani, slegare la protesta (condotta per motivi sacrosanti) dalla frustrazione per la mancata sconfitta di Berlusconi. Ora abbiamo restituito al Pdl (e non solo a loro) sufficienti argomenti per poter considerare gli studenti come teppisti, i manifestanti come facinorosi, gli operai come complici dei black bloc e le componenti politiche che sostengono queste battaglie come collusi con frange violente.

4. La parola “Berlusconi” è stata recentemente sostituita dalla parola “berlusconismo” nella retorica politica. Dall’attacco all’uomo si è passati all’attacco al modello sociale di riferimento costruito in questi anni. Giusto, giustissimo. Ma che cos’è il berlusconismo? Le definizioni si sprecherebbero ma sono tutte parziali. Oggi, improvvisamente, l’Italia sembra essersi resa conto di una verità evidentissima, certificata da Aldo Cazzullo durante la sua diretta sms della giornata: “Non c’è dubbio che per B sia una grande vittoria politica e la conferma della regola fondamentale della sua vita: qualcuno da comprare si trova sempre”. Questa è la sintesi degli ultimi diciassette anni della storia d’Italia.
Abbiamo tutti un prezzo: c’è chi decide di vendersi e c’è chi ha deciso di non farlo. Non ritengo che Scilipoti sia tanto diverso da tutti quei miei coetanei che, “pur di lavorare”, scendono a compromessi di ogni natura, si attaccano a mammelle più o meno legate a clientele, offrono il loro contributo per l’arricchimento di aziende direttamente o indirettamente collegate ai sistemi di potere, lavorano contro i loro ideali, pensano che pur di far soldi si può accettare tutto. E allora, se la stragrande maggioranza dell’Italia la pensa così, perché Razzi non dovrebbe pensare prima di tutto a saldare il suo mutuo? In fondo, è uno su 630… (sia ben chiaro, io considero deprecabile questo genere di comportamenti).

5. Ho notato un atteggiamento ambivalente sulla Rete non appena è stata comunicata la fiducia. Da un lato è emerso un clima di generale scoramento misto alla rabbia nei confronti dei parlamentari folgorati sulla via di Damasco; dall’altro ho letto un altro mix, quello tra appelli a improbabili rivoluzioni e altrettanto inverosimili fughe di massa dall’Italia. E per chiudere mi ricollego al primo punto: saremmo dovuti scendere in piazza molto prima, ce ne saremmo dovuti andare anni fa. Rimaniamo qua, tutti insieme, il peggio sta per passare, continuiamo a lavorare per rendere migliore il nostro Paese e facciamoci trovare pronti quando avremo la possibilità di governare, di lavorare, di tornare a essere orgogliosi di essere italiani.

Insomma, per salvare l’Italia dovremmo iniziare a porci interrogativi su noi stessi. A essere noi, per prima cosa, diversi dal potere che sfidiamo. A non usare la violenza per far valere i nostri diritti. A studiare. A fare opposizione basata su numeri e fatti e non appoggiandoci su ideologie stanche. A non attaccare comportamenti che fanno parte del nostro dna nostro malgrado. A parlare ai nostri pari, ai nostri amici e ai nostri colleghi, prima di puntare il dito contro il Palazzo (che, oggi, ci ha splendidamente rappresentato). A costruire, anche quando tutto ci fa schifo, perché a distruggere, in Italia, siamo davvero bravi tutti.  A fare delle rinunce per mantenere la libertà di poter criticare senza apparire ipocriti. Ad avvicinarci alla politica, con convincimento inversamente proporzionale allo schifo che ci paralizza dopo giornate come queste. A sfidare Berlusconi sulle sue attività di pubblico amministratore e non sulle sue beghe private, perché le marachelle sono un collante sociale fortissimo nel nostro Paese, perché non siamo un paese né morale né moralista.