di Baku (A Naked View)

Vedenti immaginari

Pur vivendo nell’epoca delle immagini, noi siamo ciechi. Crediamo di vedere. Ed invece proiettano nelle nostre menti una realtà anestetizzata. Standard. Pre-digerita per non provocare reazioni. O scatenare quelle volute.

Siamo avvolti da immagini, come mattonelle sulle pareti di un cesso. Sono attorno a noi, precise, perfette, ma non ci dicono niente.

Gli unici brandelli di realtà li recuperiamo dalle immagini girate per caso per strada da celluari, da videocamere amatoriali che sporcano queste mura perfette come le scritte a pennarello nero che trovate a scuola e negli autogrill.

Allora, all’improvviso, la realtà torna prepotente a raccontarci il mondo che viviamo e non vediamo. Che viviamo e che non ci raccontano più.

Tuttavia, se anche le immagini amatoriali sono molto forti, è sufficiente farle introdurre, in un tg, da un anchorman nel modo opportuno per svilirle e trasformarle in materiale curioso, in un evento da circo. Cosa impossibile da fare se il filmato fosse di una potenza estetica e ideale superiore, perché sarebbe il filmato a cannibalizzare il telegiornale e il conduttore.

Per passare e bucare le maglie della televisione, per raccontare una realtà differente che non siano le penose esterne di Santoro, con la musica di sottofondo strappa lacrime, con la poetica da fotoromanzo, si deve andare oltre. Si deve oltrepassare il limite del Comune Senso Estetico.

Il Comune Senso Estetico

Questo non vuol dire che non si possa raccontare la realtà in tv, che le immagini che passano nei network diventino per forza di cose rigide, false, inutili. Vuol dire che le scelte estetiche, il come si girano e il come si montano le immagini, le modalità stesse del racconto devono avere una forza superiore al contenitore che le (r)accoglie e le mette in scena.

Pensate a Sfide, il programma che ha raccontato lo sport come mai lo si era raccontato. O Avere Ventanni, il programma di Massimo Coppola che ha narrato l’Italia contemporanea. Cos’è stato a renderli così unici? Una scelta estetica completamente innovativa, migliore, più alta e pensata, più simile ad un documentario cinematografico che ad un programma televisivo classico. E all’improvviso il contenuto si è trovato a scippare il bastone del comando al contenitore.

Il contenitore però si evolve e si adatta, lentamente forse, ma senza fermarsi: per questo una ricerca estetica che prenda in considerazione come mostrare la realtà è importante. No, è più che importante: è fondamentale. Trovo dunque orribile che un paese offra opportunità esclusivamente ai suoi ingegneri, economisti, tecnici. E non ai suoi sceneggiatori, artisti, registi, scrittori. Perché è un paese che non è più capace di raccontarsi, di vedersi oltre la falsa immagine riflessa che ha di fronte.Ed è un’immagine appesa con lo scotch, una fotografia che ci rappresenta come vogliono. E copre lo specchio, che ci rifletterebbe l’orrore e la miseria che siamo. Che tutti siamo diventati.

Se le immagini scomode della realtà, quelle che la realtà ce la raccontano per davvero, scompaiono dal nostro quotidiano, sostituite da immagini che la realtà la rappresentano in maniera edulcorata, pur raccontandocela come vera e definitiva, allora quello che abbiamo è la mancanza di mozione degli affetti, di empatia collettiva, di cambiamenti, di rivoluzioni.

Dobbiamo tornare a guardarci riflessi nello specchio: è l’unico modo per tornare a vedere/capire chi siamo. Chi siamo davvero.

E tornare. A rompere. I coglioni.

Tratto da: www.anakedview.com

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