Porca mafia! Porci pidduisti! Bestia d’un…! E bestia io che mi ci son messo!“. Come ogni sabato, il pidduista scelto Antonio Piscitello, impiegato di terza classe al municipio di Caloria, bestemmiava attorno agli stivali della divisa. “Che hai?” urlò, come tutti i sabati, la signora Assunta. “Ho, ho… Ho che questi porci stivali… Porca Piddue! Porco chi l’ha inventata e porco Berlu…“. “Zitto, imbecille! Ci vuoi rovinare?“. Con un sospiro, la signora Assunta prese il calzastivali, s’inginocchiò accanto al marito e alla fine fra tutt’e due, come Dio volle, riuscirono a farcelo entrare.

Sul pianerottolo, Piscitello si fece da parte per lasciare passare il capomanipolo Pasquarelli: “Piscitello! A chi l’Italia?“. “A noi!“. In piazza, la solita solfa: “Berluschistiiii… A noi!“. “Pidduistiiii! Saluto al Capo!“. “Pidduistiiiii… Saluto al Presidente!“. Discorsi, impero, Somalia italiana, Albania italiana, Medioriente italiano, Giovinezza, Marcia presidenziale e poi finalmente tutti a casa.

A casa – come ogni sabato – Piscitello si stravacca faticosamente sulla sua poltrona, la signora Assunta gli toglie faticosamente gli stivali, e poi il rito finale: la signora va a prendere il ritratto a colori del Presidente, lo regge – pur continuando a protestare – a braccia tese davanti a Piscitello, e Piscitello (“Porco che non sei altro! E io più porco di te che ti sto dietro!“) ci sputa sopra. Infine il ritratto, debitamente pulito col panno, vien riportato in salotto, e Piscitello sprofonda davanti alla seicentodiciottesima puntata del “Grande Fratello”.

Colla Piddue, a dire il vero, Piscitello – alieno dalla politica com’era – non ci aveva mai avuto a che fare. Ma sessantacinque euri al mese sono sessantacinqueeuri, e la signora Assunta, a furia di conoscenze e di buone parole, era riuscita a farlo iscrivere lo stesso. “Tieni! E ringrazia il cugino Battista che te l’ha fatto avere!“.

Il brevetto di pidduista, a Piscitello, gli era costato duecentomila lire, perchè il cugino Onofrio, ex-socialista, aveva voluto il suo interesse in contanti. In compenso, lo aveva fatto iscrivere come pidduista della prima ora.

Così, adesso, gli toccava anche stare a sentire il capufficio Brunetti che lo mandava a chiamare quand’era di buonumore: “Noi vecchi pidduisti – faceva – noi che l’abbiamo duro… eh, Piscitello? Noi che sappiamo cosa vuol dire combattere… Perchè dovete imparare, voialtri giovanotti, che cosa voleva dire fare i pidduisti una volta! Come si chiamava quel giudice, quella testa di… quel Borrelli, ecco! Ce n’è voluta per levarci di torno la gente come lui… eh, Piscitello?“. E Piscitello annuiva.

Quel Borrelli! Ma ha fatto la fine che meritava, alla fine. E quel Woodcock! E quella Boccassini! Ce n’è voluta, eh, Piscitello? No, no, non fate questa faccia, camerati. Lo so anch’io che ‘sti nomi non si potrebbero dire. Ma fra noialtri pidduisti…“. “Camerata Brunetti, la sapete l’ultima sul camerata Calderoli? Dunque: il camerata Calderoli va a Washington per una visita di Stato…“. Ma a questo punto il capufficio Brunetti tossiva severamente, e tutti si rimettevano al lavoro.

Lasciamo trascorrere gli anni sulla vita dell’impiegato Piscitello. La guerra di Babilonia, l’Afganistan, le leggi antislamiche, l’oro alla patria, il Pakistan… A ognuna di queste memorabili svolte della Storia, il Capo s’affacciava alla televisione urlando: “Lo volete voi?” e milioni d’italiani immediatamente sbraitavano “Sì! Lo vogliamo! Vogliamo vivere pericolosamente!“.

In realtà, da lunghissimi anni, gli italiani non desideravano altro che di evitare ogni sia pur minimo fastidio: bastava tenere in casa un ritratto di Caselli o una copia della vecchia Costituzione per essere già schedati come antipidduisti.

Neanche Piscitello era un eroe. E’ con un certo stupore dunque che lo ritroviamo, nell’ottobre 2006, in un fascicolo della polizia. “Il nominato Piscitello Antonio trovandosi in un pubblico esercizio veniva pubblicamente sorpreso a sbadigliare, come da materiale fotografico allegato, in concomitanza alla trasmissione, da parte dell’Apparecchio Televisivo Autorizzato, del Bollettino di Guerra numero millecinquecentosei relativo all’avanzata delle nostre gloriose truppe fra i mondi dell’Afganistan Occidentale…“.

Nessuno fu mai in grado di provare che lo sbadiglio di Piscitello avesse un significato politico, che in verità neanche lui stesso sarebbe forse sarebbe riuscito a stabilire. Questo gli evitò di essere spedito al confino a Bolzaneto, ma non di essere sospeso per un mese, al municipio di Caloria, dal lavoro e dallo stipendio. Un mese che il povero Piscitello passò quasi interamente a letto. Il ventinovesimo giorno, lo venne a trovare il capufficio Brunetti. “Comodo, comodo, Piscitello!“. “Ma eccellenza… Ma camerata…“. “Quale camerata, Piscitello! Qua siamo fra gente libera, grazie a Dio!“. “Ma… come… il Presidente… la Piddue…“. A questo punto, successe una cosa incredibile. “Dài, Piscitello! – fece il capufficio Brunetti – La sento anch’io radio Samarcanda!” e gli strizzò l’occhio.

Ora bisogna sapere che il nostro Piscitello da più d’un anno quasi tutte le sere, chiuso nel gabinetto, tirava rumorosamente la catenella, e poi accendeva a bassissimo volume la radio. La radio era assai disturbata, e le parole “amici italiani buonasera” arrivavano fioche e lontanissime, fra lo scroscìo dello sciacquone: ma a Piscitello bastavano per tirare avanti un altro po’.

Prudenza avrebbe voluto, a quel punto, che Piscitello protestasse indignato, che giurasse sul sacro nome del Capo che mai e poi mai… ma non ne ebbe la forza. Rimase a guardare come un intontito il capufficio che metteva la mano in tasca, ne cavava alcuni biglietti da cento euri e li deponeva garbatamente sul comodino. “Qua, Piscitello! Ti ho dovuto sospenderre, lo sai, perchè altrimenti la loggia… Ma lo stipendio di questo messe, se permetti, te lo voglio rifonderre io, di tasca mia!“.

Piscitello spalancò tanto d’occhi, in un enorme sorriso riconoscente. Per un quarto d’ora rimasero a parlare di Samarcanda e della misteriosa voce del Colonnello Santoro, che secondo Brunetti era piccolo grasso e coi baffi e secondo Piscitello invece alto, biondo e cogli occhi azzurri.

Improvvisamente: “Ora basta con questi disfattismi, Piscitello! – urlò il capufficio – La prossima volta a Bolzaneto, altro che un mese!“.

Piscitello non ebbe il tempo di impallidire, che già la signora Assunta, che egli non aveva visto entrare, era uscita, e già il capufficio aveva nuovamente cambiato espressione (“Allora, Piscitello: restiamo intesi, eh?“), gli aveva nuovamente strizzato l’occhio ed era uscito pure lui.

Piscitello non poteva saperlo. Ma la scoperta della democrazia, che in quei mesi andavano facendo il capufficio Brunetti e molti altri italiani importanti come lui, in fondo era tutta una questione di spaghetti. Da un anno, infatti la MacDonald di Chicago era entrata pesantemente nel settore spaghetti: spaghetti sintetici, naturalmente (ottenuti dal disboscamento delle foreste ancora sopravvissute in Borneo e in Thailandia) ma pur sempre spaghetti: a milione, a tonnellate, a transatlantici interi. Ora, il mercato degli spaghetti era in mano da tempo immemorabile di alcune corporation italiane, la Fiat, Mediaset e la De Benedetti: nessuna delle quali aveva voluto dar retta alle pressanti ammonizioni (“il monopolio degli spaghetti non è compatibile con la democrazia”) del Presidente Obama. Così, la macchina si era messa in moto. Alcuni esperti scoprirono che tutto sommato anche l’Italia, con un po’ di buona volontà, si poteva considerare parte del Medio Oriente. E il Medio Oriente rientrava, secondo gli Accordi di Las Vegas del 2002, nella sfera d’influenza della McDonald.

Le truppe americane sbarcarono a Caloria nel luglio 2011. La resistenza fu minima, perchè già nelle tre settimane precedenti alcune operazioni chirurgiche con missili ed elicotteri d’assalto avevano provveduto a spazzare via Palermo, Torino, Napoli, la parte occidentale di Genova, sei battaglioni italiani e, purtroppo, un rifugio probabilmente gremito da circa milleseicento orfanelli dell’Opera San Giovanni di Dio.

La Guardia Leghista, che aveva giurato di bagnarsi sul bagnasciuga nel sangue degl’invasori, si era semplicemente dissolta; il Capo, travestito da soldato americano, era stato catturato dai partigiani a Milanofiori e fucilato sul posto.

A Caloria, dicevamo, gli americani sbarcarono senza incontrare difficoltà alcuna, e nel giro di ventiquattrore avevano già installato un’amministrazione civile funzionante: ne facevano parte ex-piduisti, imprenditori, due capimafia dissidenti, l’ex-segretario di An, Melissa P., l’ex-sindaco Bianco e il capo dei Giovani Industriali.

Tutti costoro si riunirono, formarono una Commissione per l’Epurazione, e mandarono a chiamare il pidduista scelto Antonio Piscitello. Capo della Commissione era l’ex-capufficio (ora Capodivisione) Brunetti.

Il Piscitello…“, “Quel Piscitello…“, “Il nominato Piscitello…” si sentiva confusamente enunciare da dietro la porta chiusa della Commissione.

Dopo alcuni minuti la porta si aprì e Piscitello ne venne fuori, pallido, a testa bassa, senza una parola. “Ma la prossima volta, si ricordi – lo inseguì la voce del Commissario Brunetti – a Bolzaneto la mando, altro che un mese!“. Se ne tornò a casa sua, lentamente, e andò difilato a ficcarsi a letto. Il ventinovesimo giorno, lo venne a trovare il capodivisione Brunetti…

Riccardo Orioles
(ha collaborato Vitaliano Brancati)

Appello/ In Piazza per Telejato
Coppola Editore, Corleone Dialogos (Arci-Libera) Gruppo Facebook “Quelli che fanno come Telejato”e l’associazione Rita Atria lanciano un appello di solidarietà per la Redazione di Telejato Ennesima lettera minatoria nei confronti dell’emittente Telejato che trasmette in una zona calda ed è prezioso strumento di informazione per i territori del partinicese e del corleonese. Pino Maniaci e famiglia non vanno lasciati da soli, per questo vi chiediamo di aderire all’iniziativa scendendo,il 28 Novembre alle ore 10:00, in Piazza a Partinico, per dire ai mafiosi locali che Pino Maniaci e la sua famiglia non sono soli. Alla solidarietà fisica e umana, sarà gradita la solidarietà finanziaria.
Per aderire: redazione@corleonedialogos.it