Ilich Ramirez Sanchez, il terrorista-icona degli anni ’70-’80, arriva finalmente al Festival di Roma. Dalle cinque ore e passa della versione televisiva presentata in anteprima a Cannes 63, Carlos di Olivier Assayas passa ai 165’ del formato cinema, che arriverà nelle nostre sale con Paco Pictures. “E’ stato difficile trovare il ritmo di questa versione ridotta” confessa Assayas, che sta lavorando a una sceneggiatura per Juliette Binoche. “Ho dovuto lavorare molto, tagliare dappertutto, compresi alcuni personaggi, perché i produttori non volevano che andasse al cinema in due parti, come il Che di Soderbergh o Nemico pubblico su Mesrine. Comunque, la versione completa è più ambiziosa, sviluppa meglio i temi, con un formato che esce dalla logica del cinema: è quasi metacinematografico”, e Sky probabilmente lo offrirà sul satellite.

Comunque, benvenuto Carlos: nome d’arte, quella di un seduttore rivoluzionario, e di battaglia, quella efferata al servizio dell’attivismo pro-palestinese e non solo, a cui i media aggiunsero “lo sciacallo” per la scia mortifera che si lasciava dietro: “Non ho visto né La meglio gioventù né Romanzo criminale, l’unica mia ispirazione è il Che, perché non è un biopic, utilizza un personaggio storico per parlare di un tema più ambizioso: è un film sulla strategia, come si vince e si perde una guerra rivoluzionaria. Non ne conosco altri sulla strategia, forse lo sarebbe stato il Napoleone di Kubrick”.

Io ho usato Carlos – prosegue Assayas – per parlare di geopolitica, alla fine della Guerra Fredda, ed è stato difficile restituirne la complessità. I film sul terrorismo sono generalmente locali, come i vostri o La Banda Baader Meinhof, ma dovrebbero riflettere una logica globale: allora era la Guerra Fredda in Europa, oggi il fronte si è spostato laddove c’è petrolio e droga”. Ma il regista-culto transalpino pone un limite: “Non è possibile inquadrare il terrorismo attuale, per mancanza di informazioni: per Carlos, viceversa, ho potuto contare sugli archivi aperti della Stasi, e non solo”.

Girato in (soli) 92 giorni, 11 Paesi e cinque lingue – francese, tedesco, inglese, spagnolo e arabo – dal febbraio al luglio 2009, ha la quantità della tv e la qualità del cinema: in altre parole, un film magnifico.

Co-sceneggiatore con Dan Franck e supportato dalle indagini storiche del produttore Daniel Leconte e del consulente Stephen Smith, Assayas non cade mai nell’agiografia del terrorista-star: “Le critiche di Carlos sono state molto mediatizzate: ha parlato prima di leggere la sceneggiatura, poi dopo aver letto lo script è insorto contro le sigarette, perché fumava sigari, e un catena d’oro al collo, infine post visione si è lamentato con Stern della sua nudità”. Ma non sono vere e proprie prese di posizione perché – ricorda Assayas – “per molti attentati, come la granata nel drugstore, sarà giudicato l’anno prossimo”. Contrariamente a quanto avviene in Italia – ultimo caso, il Vallanzasca di Placido a Venezia – le associazioni delle vittime non sono insorte, anche perché “cosa primordiale nel film, per ogni attentato ho messo immagini di repertorio dei morti e dei feriti, le interviste alle vittime e non solo i commenti giornalistici”.

A portare sullo schermo lo Sciacallo è Edgar Ramirez, rampante attore venezuelano, poliglotta figlio di diplomatico, scoperto proprio sul set del Che e già nel cast del Bourne Ultimatum (sottotitolo italiano: Il ritorno dello sciacallo…) di Paul Greengrass: “Avevo bisogno di un attore che parlasse 3-4 lingue, lo spagnolo con accento venezuelano, e avesse la fisicità giusta: trovare Ramirez è stato quasi naturale, era l’unica scelta possibile. L’energia, la psicologia e la storia di Carlos le conosceva anche meglio di me”.

E’ lui a farsi carico di un lungo, sanguinario viaggio attraverso la recente storia d’Europa: dopo aver fatto saltare a letto donne su donne e in aria i suoi tanti obiettivi prezzolati, Carlos finirà per perdere il residuo contatto con la realtà, rendere ancora più contraddittorie le sue idee, se non velleità, rivoluzionarie e finire braccato dalla polizia, con un solo Paese, il Sudan, ancora disposto a dargli impunito asilo. Ma solo per poco: saranno proprio i suoi protettori a venderlo alla polizia francese. “Ormai era un terrorista in pensione”, conclude Assayas.