La motivazione è sempre quella: “ci sono tanti vecchi ancora bravi e tanti giovani che sembrano già vecchi”. Quando in Italia si parla di ricambio generazionale della classe dirigente, di svecchiamento necessario nella stanza dei bottoni, di gerontocrazia; quando si dice – un titolo abusato ormai – “non è un paese per giovani” sempre quella è l’obiezione: “Non è questione di età ma di bravura e competenze“.

Ora il sindaco di Firenze Matteo Renzi – già solitario vincitore delle primarie contro il suo partito – ha organizzato per il prossimo week-end, a Firenze, una tre giorni programmatica: “Prossima fermata, Italia”. Il movimento dei “rottamatori” è stato definito, per una famosa intervista in cui Renzi affermava che per salvare il Pd l’unica strada possibile era quella di “rottamare” l’attuale gruppo dirigente: “D’Alema, Veltroni, Bersani, Finocchiaro”.
Qualcuno dice che quello di Renzi sia un linguaggio “violento”. Strano: fino a poco tempo fa, ai giovani che reclamavano spazio, gli anziani suggerivano sempre: “il potere non dovete chiederlo, ma prenderlo”.
Ma come si prende il potere in un partito?

Nel Partito Democratico (e in tutto il centrosinistra in particolare) comandano solo vecchi. Magari non vecchi anagraficamente, ma vecchi politicamente e culturalmente. Andando a spanne, fanno tutti parte di quelli che negli anni settanta sono stati i gruppi dirigenti dei movimento giovanile di matrice comunista o cattolica. Hanno preso il potere con il crollo della prima repubblica e da allora hanno raccolto numerose sconfitte: negli ultimi dieci anni sono stati al governo solo per tre anni e, anche adesso che in tutto il mondo si parla di “bunga-bunga”, non sembrano in grado di rappresentare un’alternativa credibile al centrodestra.
Non solo. Questi “progressisti”, per il progresso degli italiani più giovani di loro, non hanno fatto nulla. Sono stati piuttosto loro ad aprire le porte alla precarietà senza tutele, loro a programmare, per chi ha cominciato a lavorare negli ultimi dieci anni, un futuro senza pensioni. Sono sempre loro che non hanno messo mano allo stato sociale per adattarlo alla nuova realtà del lavoro, a non aver fatto crescere il paese economicamente, a non trovare fondi adeguati per la ricerca, loro incapaci di fare una legge contro il conflitto di interesse. Ripetono ad ogni piè sospinto “siamo una forza di governo”, come per auto convincersene, come se non ci credessero neanche loro: a Berlusconi hanno fatto più male tre mesi di Fini che 15 anni di D’Alema.

Dicono, guarda caso, che il “giovanilismo non basta”. Eppure vagli a chiedere di Internet, di globalizzazione, di nuove forme di comunicazione, di innovazione. Vagli a chiedere di apertura alla società e a nuove idee. Hanno fatto del “più grande partito italiano di opposizione”  una casamatta fortificata: nessuno spazio a chi non fosse stato con loro nella Fuci o nella Fgci, nessuna fiducia per chi veniva da altre storie e altre strada (tranne che non fosse totalmente affidabile, ovvero innocuo); mentre intere generazioni di ragazzi appassionati si allontanavano dalla politica, loro portavano in processione Enrico Letta, Francesco Boccia, Matteo Colaninno come massimi esponenti dei “giovani” che piacciono agli italiani (e perchè non Fabrizio Frizzi allora?).
La domanda di cui sopra allora ritorna: come si prende il potere in un partito?

Qua da noi non certo con la meritocrazia: sarebbe troppo poco italiano. La strada è una e una sola: la fedeltà. Ci si attacca ad un potente, ci si mette al suo servizio, si anticipano i suoi pensieri, i suoi desideri, sperando un giorno di essere scelti come eredi designati. Nei paese meritocratici, invece, si compete. A viso aperto, senza sotterfugi, senza cortesie di maniera. Così hanno fatto i fratelli Milliband nel Regno Unito, così ha fatto Barack Obama contro Hillary Clinton negli Usa.
Un partito, allora, non si conquista con i “perfavore”, ma con una battaglia di potere, con mozioni contrapposte, leader in competizione, delegati da conquistare. Si conquista, un partito, con convention nazionali dove si propongono idee che poi, se convincono, arrivino nelle sezioni e conquistano spazio, maggioranze.

A Firenze sembra che i rottamatori  vogliano provare a fare questo. Non è la prima volta. Negli scorsi anni ci hanno già provato Scalfarotto, Adinolfi, Luca Sofri (ed altri) con risultati deludenti. Ora tocca a Renzi e Civati che dicono di voler  fare sul serio. A loro l’onere della prova, dimostrare che fanno sul serio e con quale forza. Ma chi li accusa di voler “solo distruggere” – d’altronde nessun potente vorrebbe essere rottamato – dimostra di avere una scarsa cultura della competizione. Un po’ come quei “vecchi” che per difendere le loro rendite di posizione, accusano i loro competitors di “giovanilismo”;  come se dicessero: “Perchè  tutto rimanga com’è, bisogna che niente cambi”. Peggio del Gattopardo.

(img di Carlo Miccio)