“Fight or flight? Lotta o fuga?”. Il dilemma delle ronde volute dalla Lega Nord è tutto qui, nelle parole pronunciate dalla psicologa Elena Sartorio (che è anche consigliere provinciale leghista) durante il corso per “osservatori volontari”, che si è concluso lunedì in Prefettura a Varese. La città del ministro dell’Interno è la prima in Italia ad applicare alla lettera il regolamento contenuto nel pacchetto sicurezza, entrato in vigore tra le polemiche l’8 agosto dello scorso anno. Le mansioni del rondista? Passeggiare e, in caso di situazione sospetta, alzare il telefono e avvisare le forze dell’ordine. Fine. Molti dei cittadini che hanno aderito, però, si aspettavano di poter fare ben altro. E, durante le lezioni, lo si è notato. Ilfattoquotidiano.it ha seguito tutti e sette gli appuntamenti del corso, mischiandosi tra gli 80 iscritti, per capire come si prepara un rondista. E che intenzioni ha. Fight or flight, dunque. A dire il vero, la psicologa nel suo intervento citava gli studi del fisiologo Walter Cannon sulle reazioni del corpo ad elementi di stress. “Che cosa fate se vi trovate ad avere a che fare con una persona che commette un reato?”, chiede la dottoressa al termine della lezione. “Chiamo le forze dell’ordine, intanto lo lego a un palo”, risponde sghignazzando un corsista. “Con quali tipologie di minacce pensate di avere a che fare?”, ribatte la dottoressa. “Scippi, rapine, extracomunitari”, risponde una delle dieci donne iscritte al corso, anche lei pronta a indossare la pettorina gialla prevista dal decreto. E a girare per le strade.

Non c’è spazio per l’azione. Lo dice anche il decreto “padano”

I compiti dei pattugliatori erano chiari fin dall’approvazione del decreto. Per evitare una sovrapposizione con le forze dell’ordine, il ruolo di “segnalatori” era ben evidenziato nel testo. A creare un’aspettativa diversa nei cittadini non è stato sicuramente il decreto (che pochi avranno letto), ma i proclami degli esponenti leghisti nei giorni dell’approvazione: “I sindaci delle grandi città non vogliono le ronde?”, tuonava Umberto Bossi: “Peggio per loro, le faranno i cittadini”. Il decreto dell’8 agosto 2009 contiene le norme attuative e spiega che i volontari, divisi in gruppetti di 2-3 persone per pattuglia, devono essere armati solo di telefonino per segnalare situazioni sospette alle forze dell’ordine. Non c’è spazio per “l’azione”, nemmeno per chiedere di esibire i documenti. Ma in strada gli imprevisti possono essere tanti e il solo fatto di sapere in linea teorica come comportarsi può non essere una garanzia. Lo conferma anche il responsabile di una delle associazioni, la “Amoruso, solidarietà, aiuto e sicurezza”. E’ un esperto di arti marziali e alla prima lezione del corso, il 20 settembre, si è presentato in Prefettura con la tuta della sua palestra: “Amoruso school kick boxing” (lotta o fuga?, ndr). “Le mie competenze – dice Angelo Amoruso, 45 anni – mi aiutano ad avere il giusto autocontrollo. E poi ho fatto anche esperienze come bodyguard e conosco le tecniche antiterrorismo. Il corso è servito, ma in strada non sarà una passeggiata, perché magari qualche ragazzino, qualche esaltato, provocherà i nostri giovani volontari. Lì si vedrà davvero l’autocontrollo”.

Placare gli animi dei rondisti

Una sfida personale, insomma. Qualcuno la vive così. Anche se, bisogna dirlo, tutti i relatori del corso, dal vice prefetto al comandante dei carabinieri di Varese, fino al dirigente della Squadra mobile che è intervenuto lunedì sera, hanno sempre ribadito fermamente che il compito dei volontari è di osservare, prendere nota, chiamare le forze dell’ordine e fornire informazioni utili alle indagini. “Un ruolo simile a quello della polizia di prossimità o del carabiniere di quartiere”, ricorda Mariano Savastano (vice prefetto) durante il primo incontro: “Il nostro territorio – aggiunge – è ben presidiato dalle forze dell’ordine. Ciò che è fondamentale è la circolazione delle informazioni. Per questo voi stipulerete una convenzione con il vostro sindaco e con la polizia locale, proprio per stabilire “l’ordine di servizio” e scegliere le zone da osservare e gli orari in cui farlo”.

Le aspettative dei sindaci della Lega

Già, i sindaci. Sono proprio loro ad aver richiesto le ronde, che partiranno tutte in comuni amministrati dalla Lega. Come stabilito dal decreto Maroni (che ha dato loro più poteri in tema di sicurezza), hanno emesso un’ordinanza per chiedere di avvalersi degli osservatori volontari. Qualcuno ha fatto di più. Il primo cittadino di Gazzada Schianno, Cristina Bertuletti, ha inviato a tutte le famiglie del paese la richiesta di adesione, raccogliendo quindi la disponibilità dei più “convinti” e non solo quella dei più preparati. A sorpresa si è fatto avanti anche Yoka Ghaislain, magazziniere congolese simpatizzante leghista: “Noi immigrati – dice uscendo dalla lezione in Prefettura – dobbiamo dimostrare di essere integrati. E poi il tema della sicurezza riguarda tutti”. Il sindaco di Gazzada non teme che la situazione degeneri (“gli osservatori che girano sono un segnale per tutti i cittadini”) e non respinge il marchio “padano” sull’iniziativa: “Non è certo colpa nostra se le idee migliori vengono alla Lega. Se poi qualcuno preferisce il far west…”.

Il rischio “far west”

L’impressione, però, ascoltando certi interventi dei corsisti, è che il rischio “far west” sia concreto anche e soprattutto con le ronde. Un uomo sulla sessantina, dopo aver ascoltato l’intervento del vice prefetto, gli chiede come deve comportarsi se gli capita di assistere a uno stupro (e ricorda un caso di violenza sessuale, avvenuta nel suo paese e commessa “da un tunisino”). “Avete la pettorina, provate a far scappare il violentatore, intanto chiamate il 112. Ricordatevi che non avete tutele”, risponde Savastano. “Si, io telefono, ma nel frattempo mi butto sopra”, è la contro-risposta. “Bravo, chiamami che ti do una mano”, aggiunge dal fondo della sala un giovane della pattuglia di Cocquio Trevisago. “Se chiami e basta, intanto quello continua”, ribatte ancora una donna, alzando la voce. Casi limite, episodi che probabilmente non capiteranno mai. Ma si tratta comunque di campanelli d’allarme, perché può succedere che un fatto venga male interpretato da un occhio non esperto e che la reazione istintiva sia sproporzionata. “Quando andate in giro, non pensate a cose strane”, consiglia il capo della Mobile Sebastiano Bartolotta: “Memorizzate, scrivete o registrate sul telefonino. Girate in gruppi di tre, non di due, così mentre uno chiama la pattuglia gli altri si concentrano sulla scena. Non fate gli eroi e ricordatevi che se un componente del gruppo passa alle vie di fatto, in qualche modo costringe anche gli altri due a seguirlo”. E ancora: “Io giro armato per lavoro, ma se capito in mezzo a una rapina non tiro fuori l’arma per non mettere a rischio gli altri. Osservo, memorizzo. E se poi ho una botta di coraggio, al massimo seguo i rapinatori per vedere come scappano, dove vanno, se riesco guardo la targa. Non siete in un film di Maurizio Merli”.

Immigrati e “baracche”

Un ritornello ripetuto da tutti gli esponenti delle forze dell’ordine intervenuti. Il comandante della compagnia dei carabinieri di Varese Dario Mineo spiega il metodo di lavoro del carabiniere di quartiere. Il comandante del Reparto operativo provinciale dei carabinieri Loris Baldassarre riepiloga schematicamente che cosa bisogna segnalare quando si chiama il 112 (persone coinvolte, presenza di feriti, armi, persone violente e in caso di fuga targa del veicolo, direzione, luogo presunto di destinazione). Curioso l’appuntamento con Paola Ferro, dirigente dell’ufficio immigrazione. Perché parlare della normativa sull’immigrazione in un corso che prepara degli osservatori che non potranno nemmeno chiedere l’esibizione di documenti identificativi? Fatto sta che Paola Ferro illustra con precisione le procedure per i richiedenti asilo, quelle per l’emersione di colf e badanti, l’istituzione del reato di clandestinità, le procedure di espulsione per gli extracomunitari e di rimpatrio per quelli comunitari “che dopo 90 giorni di permanenza devono chiedere la residenza al Comune dimostrando di avere un alloggio”. A questo punto la domanda dal pubblico, con chiaro riferimento ai cittadini romeni, scatta inesorabile e provocatoria: “In quali casi roulotte o baracca possono essere considerate alloggio?”. Secca la risposta: “Bisogna vedere se rispettano i requisiti”.

Chi controlla?

Il corso è finito, i volontari sono teoricamente “formati”. Pronti. E avvisati. Il problema potrebbe nascere proprio adesso, perché se le lezioni sono servite per dare delle linee guida, ora ogni gruppo “contratterà” le proprie mansioni (nessun sostegno economico, perché si tratta di volontariato) con il proprio sindaco. Manca un responsabile, una guida. Anche perché non tutti i gruppi sembrano attrezzati per autogestirsi. “Mi pare che qui ci siano troppi sceriffi improvvisati. L’emotività non basta”, commenta Walter Piazza, responsabile degli Angeli Urbani di Varese, associazione che da anni opera in città nel volontariato, sulla traccia dei City Angels che si vedono nelle grandi città. E che ora aggiungerà ai suoi compiti anche le ronde. Piazza, 56 anni, ha un’esperienza trentennale come investigatore privato e soprattutto è da anni sulle strade con i suoi volontari per aiutare e soccorrere chi è in difficoltà: “Quello che serve qui è l’intelligence, unita alla solidarietà che non deve mancare. Ma sono cose che non si possono improvvisare. Questo corso è servito, però temo che nei fatti la buona volontà non basti. Noi non dobbiamo sembrare la polizia, i nostri interventi devono servire per pacificare, non per reprimere. Per farlo ci vogliono tecniche collaudate”. Invece, concluse le lezioni, arriveranno pettorine gialle per tutti, torce e telefoni cellulari. Arrivederci Prefettura, le ronde possono cominciare. E ognuno le farà a modo suo.

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