Non depone bene per il “governo del fare” che  dopo oltre quattro mesi dalle dimissioni di Scajola il Ministro dello Sviluppo Economico ancora non sia stato nominato, nonostante ci siano in ballo centinaia di tavoli di aziende in crisi con i relativi dipendenti (e creditori) in attesa di conoscere il loro destino. Persino il Presidente della Repubblica al ritorno dalle ferie si era concessa un’inedita battuta di spirito su questo ritardo, che induce qualche scriteriato a cambiare in riflessivo il verbo fare e ad aggiungerci una particella pronominale per ironizzare sull’attivita’ in cui il Primo Ministro eccelle e puo’ a buon titolo vantare i risultati piu’ eclatanti.

Ma subito da Palazzo Chigi era arrivata l’assicurazione in toni piccati che il Ministro sarebbe stato nominato entro una settimana. Ma la settimana (anzi quasi due) e’ passata e della nomina non c’e’ traccia. Non c’e’ da meravigliarsi: in questo paese di giornalisti con memoria plasmata dall’arteriosclerosi, per non parlare dei politici con cinghia sempre slacciata per potersi calare le braghe piu’ in fretta, promettere a vanvera e’ sempre la strategia vincente. Chi volete che chieda conto degli impegni e delle scadenze? Emilio Fede? O Bruno Vespa nel cui studio fu firmato il Contratto con gli Italiani?

Ma se volesse rinverdire il gusto per la battuta il Presidente della Repubblica avrebbe abbondante materiale. Per esempio potrebbe puntualizzare che non e’ proprio esatto dire che il Ministro non c’e’. In realta’ il Ministro a tutti gli effetti e’ Berlusconi che dei tavoli su cui si discutono le vertenze industriali non si cura troppo visto che i suoi affari non sono coinvolti. Pero’ visto che al Ministero dello Sviluppo Economico sono affidate le competenze sulla Rai c’e’ motivo di pensare che di queste faccenduole si occupi fin troppo. Specie ora che Annozero dovrebbe riprendere.

Sfruttando questa vena il Presidente potrebbe chiedere al suo staff di confezionargli qualche ulteriore facezia per intrattenere i Capi di Stato e di Governo stranieri. Potrebbe raccontar loro che esiste un paese formalmente democratico dove tutte le maggiori reti televisive private sono di proprieta’ del Primo Ministro, il quale poi esercita per legge un controllo ferreo su tutte le reti pubbliche e per di piu’ – come provano senza ombra di dubbio alcune intercettazioni telefoniche (che il Primo Ministro vorrebbe proibire sia di fare che di divulgare) — impartisce ordini anche ai responsabili dell’Autorita’ che dovrebbe garantire l’imparzialita’ dell’informazione e colpire le posizioni dominanti nel sistema dei media. Non contento il Primo Ministro e’ anche titolare in prima persona del dicastero che si occupa del settore televisivo. Cosi’ non deve nemmeno disturbarsi ad alzare il telefono per istruire qualche sodale. E quel Primo Ministro ripete ad ogni occasione, senza ridere, anche all’estero, che il 90% dei mezzi di comunicazione sono in mano all’opposizione, anzi alla sinistra (per essere precisi).