di Marcello Ravveduto

La curia di Catanzaro-Squillace ha diffuso un comunicato in cui invita gli esecutori degli omicidi avvenuti nell’ambito della “faida dei boschi” a convertirsi. Nella nota si legge: «Si può sfuggire al giudizio degli uomini, ma certamente non al giudizio di Dio che, tuttavia, non vuole la morte del peccatore, ma che si converta e viva. Dio è sempre pronto a perdonare chi ha sbagliato, basta che si è disponibili ad accogliere il suo perdono. Il peccato che non potrà essere perdonato è la disperazione. Come potrebbe Dio perdonare chi non ha fiducia nella sua misericordia? Peccarono Pietro e Giuda: il primo rinnegandolo ed il secondo tradendolo col segno dell’amore, il bacio. Pietro ebbe fiducia nella misericordia di Dio e fu perdonato, Giuda non ebbe fiducia e, disperato, finì impiccato ad un albero di ulivo. Anche per gli assassini – conclude la curia metropolita – vi è una via di salvezza: la conversione, per ricevere il perdono da Dio e dagli uomini e non finire disperati».

Se ho ben capito gli ‘ndranghetisti si devono convertire per non morire disperati. Bhè scusate tanto ma da laico non mi frega un tubo! Addirittura si dice che la conversione è il mezzo per ottenere il perdono da Dio e dagli uomini. A meno che non abbia perso la qualità di essere umano non intendo perdonare nessuno per una semplice conversione. E se poi non si convertono e muoiono disperati affari loro. Ma la frase che più mi inquieta è «Si può sfuggire al giudizio degli uomini…». Ora mi domando: ma la Chiesa non può impegnarsi per evitare che questi sfuggano al giudizio degli uomini? Il male non va combattuto qui ed ora per far vivere gli uomini in armonia? Mi rendo conto di utilizzare un tono un po’ polemico ma la questione conversione mi stizzisce. Per un buon cattolico il pentimento di fronte a Dio è segno di ricongiunzione alla fede e può valere la salvezza, per un laico solo la giustizia può ristabilire la concordia civile destabilizzata dalla violenza omicida dei clan.

Basterebbe citare l’empio di Raffaele Cutolo che si definisce convertito senza essersi mai pentito, ovvero crede in Dio ma non nella giustizia della Repubblica italiana. Certe volte la ossessiva raccolta delle anime offende l’intelligenza degli uomini e la missione delle istituzioni statali. Mi spiego: se io fossi uno dei magistrati che sta contrastando la ‘ndrangheta (e che, come si è visto in questi giorni, rischia la vita) mi indignerei di fronte all’appello della curia alla conversione. È come se il vescovo e il clero non fossero cittadini di questa nazione. Capisco l’universalità della Chiesa, ma se questa chiesa è collocata in Calabria la gerarchia dovrebbe sentire il dovere civico, oltre quello religioso, di chiedere a questi assassini di convertirsi a Dio e di collaborare con la magistratura per contrastare le violenze e gli affari dei clan. Non può esistere vero pentimento senza restituire alla società una parte del benessere civile ed economico che le è stato indebitamente sottratto. Se la Chiesa, il Vaticano prima di tutto, non innerva la sua fede con spirito civico, osteggiando le mafie nella loro dimensione concreta e non solo “spirituale”, conquisterà molte anime ma anche tanti nuovi martiri dell’antimafia.

Mi fa rabbia questo sconto per via religiosa; perciò tanti mafiosi, camorristi o ‘ndranghetisti sono così devoti a Nostro Signore. Ha ragione quel mio amico quando afferma di detestare la parabola del figliuol prodigo: un grande insegnamento religioso ma un terribile colpo al sentire comunitario. I milioni di fedeli cattolici del nostro paese dovrebbero cominciare a reclamare un intervento dirimente del Papa sulle mafie. Il mafioso, dal mio punto di vista, merita la scomunica perché compie un peccato mortale non individuale ma sociale. Invece di continuare a pensare alle anime dei morti perché la Chiesa non comincia a chiedere giustizia per i vivi? È meglio avere più convertiti mafiosi o meno martiri dell’antimafia? La conversione, per me, è solo il primo passo verso il perdono che può essere ottenuto solo grazie ad una piena e reale collaborazione con lo Stato al fine di contrastare le organizzazioni criminali alle quali, dicono, di non voler più appartenere. Se così non sarà si rischierà di lasciare scoperti in prima linea i tanti preti che quotidianamente testimoniano le loro fede con un costante impegno civile. Gli altri, la maggioranza, continueranno a condurre le loro parrocchie e diocesi voltandosi dall’altra parte. Ma anche per loro, e non solo per i mafiosi, arriverà il giudizio del Signore. Cosa risponderanno quando dovranno render conto della loro condotta?