Oggi Giulio Tremonti avrà una giornata impegnativa: prima accompagnerà Umberto Bossi al vertice con Silvio Berlusconi, nella nuova villa sul lago Maggiore del presidente del Consiglio, per il tradizionale incontro di fine estate tra i due alleati di governo. Poi, nel tardo pomeriggio, parlerà al meeting di Rimini di Comunione e liberazione, rompendo un silenzio pubblico che dura da quasi un mese.

La prima domanda è: in quale veste si presenterà? Ci sono diverse opzioni: da semplice ministro dell’Economia, da vero numero due del governo (da quando ha messo in riga gli altri ministri per i tagli della manovra), da mediatore tra estremismi leghisti e priorità berlusconiane (la giustizia), da possibile successore alla guida del centrodestra o da potenziale leader di un governo tecnico che escluda Berlusconi dal potere, il temuto ribaltone.
Finora il ministro dell’Economia è stato ben attento a non dissipare gli equivoci su quale sia il suo vero ruolo nella maggioranza. Di Tremonti si sono perse le tracce all’inizio di agosto, ultime dichiarazioni pervenute quelle al Sole 24 Ore, in una lunga intervista dove il ministro restava sul vago e alle domande sul governo tecnico e la leadership rispondeva solo “parliamo di economia”. Poi più nulla.

Non una parola sulla Fiat, sulla ripresa economica (che vede l’Italia quasi ultima in classifica), soprattutto mutismo completo sulla guerra interna al Pdl con i finiani e la successiva creazione del gruppo parlamentare di Futuro e Libertà. Come se fossero cose che non lo riguardano, come se – malignano i suoi nemici interni – Tremonti si sentisse più leghista che pidiellino (ha anche festeggiato il compleanno, 63 anni,  in compagnia di Bossi). Negli ambienti berlusconiani si mormora di una certa irritazione del presidente del Consiglio verso il suo superministro economico. Basta mettere in fila i fatti per capire perché: prima Tremonti impone una manovra finanziaria lacrime e sangue da 25 miliardi che Berlusconi non riesce a modificare più di tanto, poi il ministro approva la relazione sul federalismo fiscale e la presenta alla stampa con Bossi proprio quando Berlusconi è in viaggio a Panama. Scoppia lo scontro con i finiani e non soltanto Tremonti non si schiera, ma firma pure senza dire una parola la richiesta di commissariamento della Banca d’Italia per il credito Cooperativo fiorentino di Denis Verdini (poco più di un atto dovuto), dopo aver sponsorizzato per il vertice della Consob candidati alternativi a Vincenzo Carbone, il presidente della Cassazione sostenuto da Berlusconi e poi travolto dallo scandalo P3. Nel vertice  sul lago Maggiore con Bossi e Berlusconi, Tremonti riaffermerà, in privato, qual è il suo ruolo. E dovrà confermare o smentire le intenzioni che il leader leghista gli ha attribuito nei giorni scorsi, in particolare un’incompatibilità con il possibile ingresso dell’Udc di Pier Ferdinando Casini nella maggioranza per sopperire all’uscita (di fatto) dei finiani.
Ma è davanti alla platea del meeting di Rimini, questa sera alle 19, che Tremonti ha la prima occasione pubblica di dimostrare se ha davvero ambizioni di successione, se vuole smarcarsi da Berlusconi o se – parlando solo di crisi finanziaria e, come piace dire a lui, “mercatismo” – accetta di limitarsi a fare il ministro. Quest’anno il calendario gli è favorevole: nel 2009 parlò il giorno dopo Mario Draghi, con i giornali pieni dei resoconti sugli applausi ciellini al governatore di Bankitalia sul suo “discorso da leader”. In quella fase Tremonti si sentiva molto in competizione, infastidito dal gioco di rimessa. Questa volta l’organizzazione del meeting lo ha graziato: Sergio Marchionne parlerà giovedì, togliendo così il ministro dall’imbarazzo di dover commentare le parole dell’amministratore delegato della Fiat (cosa che, finora, Tremonti si è ben guardato dal fare). Il titolo del dibattito – “Dentro la crisi, oltre la crisi”, partecipa il numero uno dell’Eni Paolo Scaroni – è abbastanza vago da lasciare al ministro carta bianca. E la base ciellina è molto curiosa di vedere se Tremonti parlerà da leader, magari con un discorso pre-elettorale. Lo guardano con un po’ meno affetto di una volta per i tagli  alle Regioni – il governatore lombardo (e ciellino) Roberto Formigoni ha guidato la protesta – ma ancora ricordano con interesse la sua ricetta proposta lo scorso anno contro la crisi: “Dio, patria e famiglia”.