Oggi tocca alle «sogliole avvelenate» nei nostri mari, come dimostra un documentato studio di Greenpeace che vi consiglio di leggere, e rivela che in questi prelibati pesci nostrani solitamente cibo per i nostri figli perché considerati sicuri siano stati trovati «metalli pesanti, idrocarburi policiclici aromatici e bisfenolo A in molti casi superiori ai limiti consentiti dalla legge».

Ma il problema delle sostanze inquinanti nei pesci è sempre più grave. Il mare restituisce così ciò che gli abbiamo riversato e le concentrazioni aumentano man mano che si sale nella catena alimentare. Abbiamo poche possibilità di difenderci, se non avere la consapevolezza di ciò che accade e che finisce quotidianamente sulle nostre tavole.

Lontano dai pasti si possono consultare le relazioni trimestrali che la Direzione Generale per la sicurezza degli alimenti e della nutrizione del Ministero della salute, ecco allora spuntare nei lunghi elenchi delle segnalazioni di allerta che vengono dalle Asl e da altre forze dell’ordine tonni provenienti dallo Sri lanka contaminati con istamina, vongole italiane con la salmonella, granchi e calamari al cadmio, verdesche al mercurio, scorfani e merluzzi con larve di insetti oppure ostriche francesi con il virus dell’epatite A.

Sul pescato che proviene dall’estero ci sono più possibilità di difendersi grazie alle norme sulla tracciabilità degli alimenti, ma quando i veleni si trovano nei pesci dei nostri mari come nel caso delle sogliole siamo, forse, più indifesi. I controlli ci sono e in molti casi funzionano ma nella migliore delle ipotesi possono rappresentare il 5% del pescato totale.

Non parliamo poi dei pesci low cost che nella crisi generale hanno invaso i nostri mercati come il pangasio, la filapia o il persico africano allevati nei paesi di origine in condizioni ambientali disastrose e spesso spacciati per altre specie più nobili. Ma di questo vi racconto più in là, magari la settimana di Ferragosto.