Mercoledi’, il giudice distrettuale Susan Bolton, ha bloccato le parti piu’ “odiose” e contestate dell’ormai tristemente famosa legge sull’immigrazione approvata dal governo dell’Arizona e regolarmente entrata in vigore ieri. Grazie all’intervento della Bolton, non sara’ permesso alla polizia chiedere conto agli immigrati, fermati per altri controlli, la condizione del loro status, ne’ tanto meno gli stranieri (e con stranieri si intende anche i turisti in vacanza) non saranno costretti a girare con i documenti attestanti la loro “legalita’ “ per evitare “piu’ che fastidiose” conseguenze. “Quella dell’Arizona e’ una scelta fascista – mi ha detto oggi un’amica newyorchese, nata e cresciuta in America – tipica di uno stato di polizia. Per fortuna la ragione e i principi di liberta’ di questo paese hanno prevalso”. Sebbene tutti concordino con la necessita’ di controllare il flusso migratorio (magari non a seconda delle esigenze economiche del paese “ospitante” che a suo uso e consumo chiude un occhio o ne apre due), non tutti fingono di ignorare, per fortuna, i risvolti profondamente razzisti che la suddetta legge avrebbe avuto se quelle parti cancellate fossero invece entrate in vigore.

Chi crede, pero’ che Jan Brewer, l’agguerrita governatrice dello stato dell’Arizona (che secondo il New Times avrebbe ricevuto cospicui fondi in campagna elettorale dalla Corrections Corporation of America, la società privata che controlla le carceri e che ovviamente trarrebbe grande vantaggio da un ulteriore incremento del numero dei suoi “ospiti”) sia la piu’ odiata dai “latinos” si sbaglia di grosso. Il discutibile marito va, guarda caso, ad un italo americano, Joe Arpaio, sceriffo di Maricopa che, per evitare il preventivo rilascio di detenuti (pratica comune a causa del sovraffollamento delle carceri) ha pensato di realizzare delle “tende-prigione”, in pieno deserto, in cui, con circa 43 gradi esterni, la sopravvivenza e’ davvero durissima. Arpaio, di genitori immigrati dall’avellinese, ci tiene a difendere la sua italianita’ con chi lo “scambia” per latino. “Peccato che essendo italiano – fa notare Vincent D’Emidio, attivista della HumanRights.Change – e’ lui stesso latino, nonostante se ne vergogni, cosi’ come mi vergogno io di essere un suo connazionale”. Il guaio e’ che Arpaio “il tosto” non e’ l’unico italiano ad essere noto, quasi come la pizza e Sofia Loren. Anche Lou Barletta, da dieci anni sindaco di Hazelton, la cittadina della Pennsylvania che gode del “simpatico” primato di “citta’ piu’ xenofoba degli Stati Uniti”, ha il suo bel curriculum, tutto infarcito di decisioni contro gli immigrati e di atteggiamenti al limite della persecuzione verso i clandestini.

Basti pensare che quattro anni fa, la ridente cittadina della Pennsylvania (dove i cognomi italiani la fanno da padrone) ha approvato uno dei provvedimenti piu’ rigidi contro gli stranieri, con pesanti punizioni per chi affittava case o dava lavoro a clandestini e, addirittura, l’obbligo di utilizzo della lingua inglese in tutto la circoscrizione cittadina. Pezzo forte del consiglio comunale, l’assenso dato all’ipotesi di deportazione dei bambini nati in America da genitori clandestini.

Due anni e mezzo fa ero in un bar italiano di New York e il proprietario mi disse con acredine “se viene eletto un negro, lascio questo paese”. Molti altri, quelli piu’ democratici, sperando cosi’ di nascondere la loro vergogna, mi dicevano “no io non lo voto perche’ e’ musulmano” (come se avercela con qualcuno per la sua religione, possa essere meglio che avercela con qualcuno per il colore della sua pelle).

Comunque, il presidente “nero” e’ stato eletto (per fortuna) e il bar sta ancora la’. Mi resta, pero’, un dubbio atroce… Ma il senatore Bossi avra’ per caso speso qualche annetto di vacanza fra l’Arizona e la Pennsylvania, cosi’ tanto per fare un po’ di tirocinio?