di Francesca Viscone

È un caso editoriale (e non solo) il volume fotografico di Alberto Giuliani «Malacarne. Leben mit der Mafia» (Malacarne. Vivere con la mafia), editore Edel Earbooks, con testi di Andrea Amato, Pino Corrias, Francesco La Licata, Nicola Gratteri, Antonio Nicaso e Roberto Saviano. Gli autori non erano stati informati della scelta di allegare al libro anche i cd di canzoni di ’ndrangheta, pubblicati in Germania tra il 2000 e il 2005, e prodotti dal fotografo di Paola Francesco Sbano.

Tranne il fotografo e curatore dell’opera Giuliani e il giornalista Amato, gli altri autori dei testi hanno subito preso le distanze dalla pubblicazione. Saviano, Gratteri e Nicaso, con un comunicato a Il Fatto Quotidiano, hanno dichiarato: «Nessuno ci ha avvisato della decisione di distribuire il libro con i canti di malavita, canzoni neomelodiche che inneggiano alla ’ndrangheta e alla camorra e che addirittura arrivano a deridere il sacrificio del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa. Da alcuni anni si sta cercando di mettere in campo una sofisticata operazione culturale per accreditare la ’ndrangheta come modo di essere piuttosto che come organizzazione criminale. Una sorta di interpretazione “calabrianista”, secondo cui non è possibile dissociare la ’ndrangheta dalla cultura calabrese. La stessa operazione è in atto da tempo anche in Campania. È opportuno prendere le distanze da questa strategia mediatica per evitare di confondere i sacrifici e le battaglie antimafia con iniziative ambigue e discutibili. La nostra storia e il nostro lavoro non possono essere accostati a operazioni come quelle dei canti di malavita che legittimano una sorta di valutazione o esaltazione dei comportamenti ’ndranghetisti e camorristi». Borsellino ha chiesto all’editore che la sua firma sia immediatamente ritirata sia dalle copie già stampate che da quelle che saranno stampate in futuro. La storia editoriale di Malacarne finirà molto probabilmente in tribunale.

Le foto di Giuliani mostrano immagini di mafia nell’Italia meridionale e in Sudamerica. Nella sezione “Vita del Sud” sono riproposte inoltre scene di processioni, di devozione, funerali di gente qualsiasi e donne in lutto, senza nessuna relazione con il fenomeno della criminalità organizzata, come se la vita al Suditalia potesse essere ridotta esclusivamente a questo: lutti, processioni e mafia e come se tra questi fenomeni ci fosse necessariamente e automaticamente una relazione.

Quando tra il 2000 e il 2005, uscirono i tre cd de “La musica della mafia”, le canzoni furono presentate ai giornalisti stranieri come l’ultima musica popolare underground d’Europa, e i mafiosi furono descritti come poveri Robin Hood che rubano ai ricchi per dare ai poveri, una minoranza politica ribelle perseguitata dallo stato, piemontese e straniero. Decine di giornalisti vennero a Reggio Calabria e sull’Aspromonte, dove intervistarono killer, boss e latitanti, autentici amanti di queste musiche.

La Edel invece è convinta che sia possibile utilizzare queste canzoni in senso antimafioso: «Le canzoni allegate hanno l’unico e solo scopo di illustrare le perfide attività dell’organizzazione mafia, che vuole rendere innocue le sue gesta, cantandole allegramente e mettendole in musica».

Quando abbiamo scritto nel 2005 La globalizzazione delle cattive idee. Mafia, musica,mass media (Rubbettino) abbiamo sostenuto che questa musica non fa parte del patrimonio folklorico calabrese e che essa è, semmai, la prova dell’ennesima rapina operata dalla ’ndrangheta nei confronti della cultura popolare. È un’altra prova di un’occupazione totale e totalizzante del territorio, che inizia con il pizzo e la violenza diffusa, passa attraverso l’imposizione della presenza mafiosa durante le processioni, attraverso il cambiamento di significato del “padrino” e del “compare” durante i battesimi cattolici, per finire con l’occupazione dello spazio della festa e del ballo. La tarantella, ballo di liberazione, religioso e catartico, molto più antica di tutte le mafie, viene a sua volta “rubata” alla cultura popolare, per diventare essa stessa un’ulteriore dimostrazione dell’onnipresenza mafiosa nella società. Le canzoni di ’ndrangheta in generale sono un esempio eclatante di una “cultura popolare” volutamente falsificata ed espropriata, e fanno parte delle strategie comunicative della ’ndrangheta, oltre che di una radicale e quotidiana manipolazione della cultura popolare e della società calabrese. L’introduzione ai cd, scritta dal fotografo Giuliani, definisce i canti mafiosi «inevitabile patrimonio musicale della tradizione italiana meridionale». Le foto di Giuliani nulla dicono su come le mafie agiscano in Germania e rischiano di far credere ai tedeschi, anche dopo Duisburg, che le mafie siano collocate in territori lontani da loro. Crediamo che questo libro diffonda pregiudizi sulla cultura del Sud, che non è mai stata «inevitabilmente» mafiosa perché nemmeno le mafie sono e sono mai state «inevitabili».
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