Volete un consiglio per fare una palata di soldi? Fate gli psicanalisti e specializzatevi nella terapia per giornalisti. Non è Berlusconi a dirlo. E’ un’idea che mi è venuta tante volte studiando – prima di tutto su me stesso – gli effetti provocati dal lavoro di cronista e giornalista d’inchiesta.

Gli effetti collaterali, per dirla con Woody Allen, sono tanti. E quando si manifestano ormai ti si sono attaccati addosso, come quelle incrostazioni sugli affreschi che alla fine alterano i colori dei personaggi.

La prima questione da definire è perché una persona decida di fare questo lavoro, andando a cercare i mali del mondo, i comportamenti meno edificanti degli uomini. Le molle possono essere tante. Ecco le prime che mi vengono in mente: la passione investigativa, il desiderio di mettersi in mostra e diventare famoso, una sana indignazione, una meno sana rabbia, una forma irrisolta di invidia e senso di confronto. O, semplicemente, il desiderio di informare i cittadini e quindi anche di raccontare l’uomo in tutte le sue sfaccettature. Ancora la speranza di cambiare le cose.

Se chiedete a mia moglie vi dirà, come ha fatto qualche volta con me, che io mi sento un po’ un giustiziere, anche se lei non capisce bene chi mi abbia investito di questa l’autorità. Io, ovviamente, non sono d’accordo. Dentro di me sono convinto che a spingermi siano altre ragioni: una forma di interesse – mi verrebbe quasi da dire, non prendetemi in giro, di amore – per l’uomo, nelle sue miserie e nobiltà. Poi, perché no? Anche l’indignazione. Infine, o forse prima di tutto, la speranza di cambiare le cose. Ma, lo dico con la massima sincerità, non saprei chi abbia ragione, tra me e mia moglie. Non sempre si è lucidi con se stessi.

Questa è la premessa che andrebbe fatta appena sdraiati sul lettino dell’analista. Di qui cominciano i primi sintomi.

LA SINDROME DEL VECCHIO BILIOSO – “Quando ti ho conosciuto eri un ragazzo pieno di speranze che voleva cambiare il mondo, adesso mi stai diventando un vecchio bilioso”, è stata la prima diagnosi impietosa di mia moglie. Temo che non abbia del tutto torto. Ecco, io ho cominciato a fare il giornalista d’inchiesta quasi per caso: ero a Milano, mi occupavo di cronaca giudiziaria e mi toccò seguire il caso Antonveneta. Mi ricordo ancora il mio stato d’animo quando mi trovai tra le mani per la prima volta le duemila pagine di intercettazioni… e qui andrebbe aperta una parentesi – ma ce ne occuperemo presto – sulla funzione anche letteraria delle intercettazioni: in un periodo in cui pochi scrittori azzardano un grande affresco tipo “Guerra e pace”, una delle poche fonti per definire i costumi del tempo sono le intercettazioni. Sapeste che straordinaria galleria di personaggi sono quelle intercettazioni, tante, rimaste giustamente FUORI DAL TACCUINO. Mi ricordo ancora quei furbetti del quartierino che passavano dieci secondi (cronometrati) al telefono con i figli mentre spendevano ore per parlare sempre e soltanto di due cose: denaro e potere. Giuro, mai una frase non dico sul senso della vita, ma almeno sul mondo fuori dai corridoi delle banche. Poi quei colloqui penosi – se non perseguibili penalmente, ma l’interessato si è fatto scudo del ruolo di parlamentare europeo – in cui Massimo D’Alema riferiva dei suoi contatti con Vito Bonsignore sull’ormai famoso “tavolo a latere”. Intercettazioni, ma non solo: c’erano i conti correnti di Roberto Calderoli e Aldo Brancher (ovviamente promossi ministri) e le conversazioni con alcuni degli avvocatoni che difendevano i furbetti: principi del foro con dichiarazioni dei redditi a sei zeri che si mostravano arroganti con i cronisti almeno quanto erano ossequiosi con i potenti che gli mollavano parcelle milionarie. Che tristezza.

All’inizio, ricordo, ero preso dal desiderio di dare buchi ai colleghi e di non prenderne dai diabolici Luigi Ferrarella e Paolo Biondani del Corriere (amici che ricorrono ancora nei miei incubi). Poi subentrarono altri stati d’animo: un senso di oppressione, di angustia. Perfino una sottile malinconia, un senso di sfiducia verso il genere umano.

Fu soltanto l’inizio: poi passai a Genova, e mi toccò occuparmi delle colate di cemento che rovinavano la mia terra con la benedizione del centrodestra e del centrosinistra (Scajola e Burlando, i due Claudi). E qui si manifestarono forse i primi sintomi della sindrome del vecchio bilioso aggravata, dirà qualcuno, da tracce di megalomania. Ricordo che con i colleghi pubblicavamo articoli a raffica in cui erano scritti nero su bianco gli intrecci tra politica e finanza che ruotano intorno al mattone. Non avevo dubbi: stavamo cambiando la Liguria, noi eravamo i paladini della cronaca che scoprivano il male. E invece… invece non successe nulla: neanche una riga di risposta alle nostre affermazioni documentate. Nemmeno una querelina, tanto per farci sentire delle vittime. Niente, un muro di gomma, perché è questa la tattica che paga di più. I politici sono rimasti al loro posto, gli imprenditori hanno continuato a fare affari con il cemento e i cittadini, va detto, hanno continuato a votare gli amministratori di cui tanto si era scritto.

I primi sintomi furono psicofisici: un articolo e un maalox per tamponare la gastrite, si andava avanti così. Poi cominciarono a comparire forme di dislessia “giuridica”: parlavo come un verbale della polizia, mi pronunciavo per sentenze. Presi a dire “sedicente” oppure “contesto probatorio” parlando della partita di pallone. Sotto sotto, però, c’erano altri guai meno evidenti, ma più subdoli: la speranza diventava rabbia, rischiava perfino (nei casi più gravi, dai quali spero di essermi salvato) di mutarsi in rancore verso il mondo.

Eccola, la sindrome del Vecchio bilioso: dopo essere andato per anni a cercare di scoprire le rogne dell’Italia alla fine ti sembra che il “sistema gelatinoso” avvolga tutto. Dai furbetti del quartierino arrivi al vicino di casa, agli amici, ai parenti. E tuo figlio con quel sorriso voleva forse corromperti per avere la macchinina? Alla fine ti trovi davanti a un bivio: o lasci perdere e ti metti a scrivere di cucina oppure continui. Difficile, però, dire se ad animarti sia ancora la speranza oppure le bile. E’ una malattia degenerativa. Gli esperti – mia moglie – segnalano casi terminali di cronisti che girano per la propria città annotando abusi edilizi da segnalare – inutilmente – alle autorità competenti.

COMPLESSO DI PERSECUZIONE – I matti. Sono una figura ormai emarginata dalla nostra società. Chiusi – per fortuna – i manicomi si sono ritrovati a girare in città che non li vogliono. Così, come tutti i cronisti di giudiziaria sanno, i matti si rifugiano dove sperano ancora che qualcuno possa aiutarli. I Tribunali sono uno dei loro luoghi preferiti, forse perché sulla facciata dei palazzi vedono ancora scritta quella parola “giustizia” che la vita gli ha negato. Eccoli presentare querele contro il mondo intero.

Noi cronisti li incontriamo ogni giorno, alcuni li schivano, altri li ascoltano con pazienza. Ma ogni volta mi prende lo stesso pensiero: chi erano queste persone prima di entrare in lotta con il mondo? Davvero non hanno almeno un pizzico di ragione? E infine: non succederà anche a me?

Bene. Qualche volta ho pensato di camminare sul sottile crinale che divide noi “normali” dai “matti”. Mi chiedevo se la mia visione delle cose fosse davvero lucida. Non sono l’unico cui è capitato: insomma, scrivi un’inchiesta sugli affari immobiliari di politici e finanzieri e nessuno ti risponde. Nulla cambia. Prima la gente ti ferma per strada per farti i complimenti, poi, piano piano, sempre meno larvatamente cominciano a insinuarti il dubbio che stai proprio esagerando. O, peggio, che sei un “giustizialista”. Alla fine perfino qualche amico ti prende da parte e ti dice che con questa storia che sono tutti cattivi sei diventato più pesante di una torta Sacher.

Così ti ritrovi di notte a rigirarti nel letto preso da un dubbio: avranno ragione loro, non vedo più le cose con lucidità? Sono malato?

Alla fine, con la cena sullo stomaco, ti alzi e accendi la televisione cercando una consolazione. Alle due di notte, però, bisogna accontentarsi: ci sono soltanto le televendite e le pubblicità dei pornoshop con le donnine nude con una pecetta nera che copre le tette e tutto il resto.

SINDROME DA INTERCETTAZIONI – Colpisce i soggetti che passano oltre cinque ore al giorno a scartabellare ordinanze. Che non leggono da anni nemmeno un libro di Bruno Vespa. Gente, insomma, che ha mezzora per leggere cinquecento pagine di intercettazioni. Il problema è che giorno dopo giorno quell’ansia, senza che tu nemmeno te ne accorga, tracima e allaga la tua vita. Vi racconto tre casi clinici: io, Marco Mensurati e Oriana Liso, giornalisti di Repubblica e amici, anche se non gliel’ho mai detto. Una sera, dopo aver letto le famose duemila pagine di intercettazioni Antonveneta in tre ore (record mondiale ancora imbattuto) ci ritrovammo bolliti come polli sulla Citroen di Marco che vagava per le strade deserte di Milano. Marco inserì un cd (Baustelle) nello stereo della macchina. E via ad ascoltare a tutto volume. Prima canzone, venti secondi… e subito passammo alla seconda. Giusto il tempo di ascoltare un frammento e via di corsa alla terza. In tre minuti avevamo sentito tutto il disco e attaccammo con un altro. La sindrome ci aveva preso in una forma virulenta. Sembravamo dei ciclisti dopati: gli occhi fuori dalle orbite, il cuore sempre su di giri, ma soprattutto la sensazione opprimente del tempo che non basta mai. Che deve essere divorato e digerito in pochi secondi. Insomma, il cronista è come l’astronauta che viaggia alla velocità della luce: ha un rapporto distorto con il tempo. Vive in una dimensione compressa.

La sindrome non risparmia nulla: arrivi a casa, prendi a leggere Raymond Carver (Cattedrale, che spettacolo, ma questo merita un post a parte), ma dopo dieci righe sei già passato al racconto successivo… insomma, non succede niente, nessun morto, nessuna rapina, neanche una piccola corruzione. Tua moglie, povera donna, si sveglia sentendo che ti agiti nel letto e prova a distrarti raccontandoti che cosa ha fatto, ma dopo una manciata di secondi ti sembra di sapere già tutto, vuoi passare alla pagina successiva. E’ un gorgo senza fine: vai in bagno, ma tiri lo sciacquone appena entrato, accendi la televisione e continui a cambiare canale fino a slogarti il pollice.

Eccola, la sindrome da intercettazioni. Attenzione è contagiosa, ma soprattutto non risparmia niente. I cronisti di giudiziaria li riconosci a prima vista: vogliono subito trovare il passaggio chiave, sapere come va a finire. Che cosa? L’ordinanza, l’inchiesta, addirittura l’intera vita. Il problema, per dirla con il giallista Geoffrey Holiday Hall, è che “la fine è nota”. Piuttosto bisognerebbe trovare un senso, ma allora il giornalista si confonde, perché sente di non avere tempo (se lo trova si smarrisce) e non si può saltare alla pagina successiva. Ma qui dalla cronaca rischiamo di passare alla filosofia. E io devo farmi da parte.

A presto