In attesa di risposta alla mia interrogazione scritta e continuando a ricevere, preoccupata, i costanti aggiornamenti riguardo la tragica situazione dei rifugiati di origine eritrea rinchiusi nelle carceri-lager del deserto del Sahara dalle autorità libiche, stamattina sono giunta in aula più che determinata a porre all’attenzione del Parlamento Europeo tale questione.

Purtroppo all’ordine del giorno non era previsto un momento per interventi, ma ritenevo la questione di vitale importanza. Così poco prima delle votazioni ho cominciato ad attirare l’attenzione dei banchi della Presidenza, chiedendo in maniera decisa la parola, pur in assenza di appoggi regolamentari che mi permettessero di farlo. Il perseverare ha avuto i suoi effetti e il Presidente di turno dell’assemblea mi ha concesso di intervenire.

Ho sfruttato i pochissimi secondi che ho avuto a disposizione per ricordare la triste condizione di tali rifugiati e per sollecitare un intervento immediato dell’Ue. I 250 rifugiati, per la maggior parte respinti via mare dalle autorità italiane, vivono una gravissima emergenza umanitaria, stanno morendo e lanciano l’allarme via sms. L’UNHCR di Tripoli è stato forzatamente chiuso qualche settimana fa per ordine del governo libico e il governo italiano, tanto amico del colonnello Gheddafi, tace su questa orribile situazione, rendendosi complice di un massacro indegno.

Questo il testo del mio intervento:

Grazie Presidente,

vorrei portare all’attenzione dell’Unione europea la sorte di duecentocinquanta eritrei che in questo momento stanno lanciando sms di allarme perchè rinchiusi nel deserto del Sahara dalle autorità libiche.

Stanno morendo, hanno bisogno di aiuto e chiedo all’Unione europea di occuparsene.

Le agenzie di stampa hanno battuto oggi la notizia dell’intervento del Consiglio d’Europa, tramite il Commissario per i Diritti Umani Hammarberg, che ha scritto al Ministro degli Esteri Frattini e al Ministro dell’Interno Maroni per chiedere che il governo italiano chiarisca la vicenda con le autorità libiche, data la sua ‘presunta’ responsabilità.