Ma un editore col bavaglio, con questo bavaglio, ci spiegate che razza di editore potrebbe mai essere? Della grande questione di libertà e di giustizia rappresentata dalla possibilità o meno di fare conoscere ai cittadini il contenuto delle intercettazioni in cui emergono profili di reato, talora gravi o gravissimi, si è già detto – e giova comunque sempre ripeterlo, anzi gridarlo forte.  Una parte cospicua della produzione editoriale italiana di questi ultimi difficili anni, in cui anche la casa editrice Aliberti ha fatto il suo, oggi con questa legge sarebbe non solo azzoppata, ma letteralmente oscurata, quasi cancellata dal panorama letterario.

Ma non c’è solo questo aspetto drammatico e oggettivamente favoreggiatore dell’illegalità. Nella vita della letteratura, che ha tempi più lunghi di quelli della pagina di giornale e un passo diverso, anche le notizie apparentemente più “futili”, gli episodi minori, i casi di piccolo orrore quotidiano hanno un valore non indifferente. A volte simbolico ed esemplare quant’altri mai. Il grande Giovenale – che non è un terzino brasiliano, come molti della cerchia di Silvio forse penseranno, ma un sommo poeta satirico dell’antichità – si era spinto – pensa te, caro Bondi!, che ardire – a pubblicare nientemeno che una “intercettazione” dalle segrete stanze della residenza dell’imperatore Domiziano, uno che non era proprio modello di tolleranza, fra l’altro.

Il Capo (che dai sudditi era stato ribattezzato calvo Nerone: ricorda qualcosa?) aveva convocato in gran fretta il suo stuolo di consiglieri per decidere di una questione vitale: la cottura di un rombo di enormi dimensioni, che un pescatore aveva appena portato. Pensa che scena, si sarà detto Giovenale quando qualcuno della cerchia imperiale gliel’ha raccontata. Non posso non scriverla. I “consiglieri” che fanno a gara a chi spara le più grosse stronzate adulatorie, le piaggerie più idiote, con il terrore di essere spediti dritti a far spettacolino al Colosseo coi leoni. E tutto per un pesce, un rombo. Il rombo di Domiziano, Satira Quarta. Puro gossip da cortigiani.

Eppure, uno dei più straordinari pezzi di satira, e soprattutto di storia dell’Impero romano, della letteratura occidentale. L’essenza del potere che si rivela, nuda e spudorata, nell’episodio-pettegolezzo. Come non pensare (e scusate l’autocitazione e l’autopubblicità verso un libro che nonostante le tante perplessità abbiamo voluto fortemente pubblicare, quello di Patrizia Daddario) a quel meraviglioso trascorrere fra il letto e la doccia (gelata!), la doccia gelata e il letto, nel cuore della notte, di un Capo non meno assoluto del buon Domiziano alle prese con la sua cortigiana… A quella scena da seduttore anni Cinquanta, con lui instancabile grillo che saltella fra il cesso e la camera, mentre lei spera che quella sia l’ultima doccia gelata che le tocca fare insieme al suo principe, e già paventa il raffreddore e il mal di gola del giorno dopo.

Ma è privacy, questa? E’ un fatto solo ed esclusivamente privato, che i sudditi non hanno il diritto in alcun modo di sapere? Per Giovenale evidentemente no. E neanche per noi può esserlo. Quando le voci dei cortigiani avvertono il Capo che il Paese più potente della Terra ha appena eletto il suo Presidente, e che bisognerebbe che anche Lui si facesse sentire, magari con un messaggino di auguri e una dichiarazione; e Lui non può, perché è impegnato nel “letto grande” con la favorita di cui sopra… Questa è storia, che ci piaccia o no. Storia con la esse minuscola, ma che più minuscola non si può. Storia con la esse infima. Nella sua ridicola follìa, signori, questa è storia. E’ il tratto grottesco, deformato del potere. Forse oggi non c’è un Giovenale, o un Brecht, a ritrarli con cruda genialità. Ma a volte, le intercettazioni, nel loro squallido iper-realismo, sanno riprodurre perfettamente il clima, la temperatura di un’epoca. Sono quasi arte; arte involontaria. Purtroppo per noi.