Venerdì 10 maggio l’Assemblea generale delle Nazioni Unite ha votato a stragrande maggioranza per il riconoscimento della Palestina come stato membro delle Nazioni Unite. Si tratta di un voto storico, che fotografa una realtà sempre più evidente: gli Stati Uniti sono sempre più isolati nel contesto internazionale, e la loro potenza potrebbe fondarsi su una concezione datata dei rapporti di forza culturali ed economici internazionali.

Il voto di venerdì non produrrà effetti concreti, infatti – salvo il riconoscimento di nuovi diritti e privilegi alla Palestina in seno alle Nazioni Unite, sia pur come membro osservatore – a causa del precedente veto statunitense opposto in seno al Consiglio di sicurezza. E’ interessante notare che nessuno degli altri membri permanenti del Consiglio – Russia e Cina, ma anche alleati indiscussi di Israele come Francia e Regno Unito – avevano votato come Washington in quella sede.

La presidenza Biden ha già avuto occasione di macchiarsi di vergogna indelebile attraverso il veto opposto alla risoluzione per un cassate il fuoco il 20 febbraio. La risoluzione per il cessate il fuoco passata il 25 marzo ha visto invece gli Stati Uniti presentarsi come sola nazione astenuta su 15 membri del Consiglio (gli altri 14 hanno naturalmente votato a favore).

Il sostegno inflessibile degli Stati Uniti a Israele, per quanto temperato da prese di distanza verbali volutamente prive di conseguenze concrete, si perpetua durante un massacro di dimensioni inimmaginabili, condotto senza rispetto alcuno per il diritto umanitario da uno stato che ignora da decenni numerose risoluzioni dell’Onu e i richiami delle relative istituzioni giudiziarie. Mostra al mondo e alle nuove generazioni l’ipocrisia della maggiore potenza globale: pronta ad appellarsi al diritto internazionale e alla democrazia quando le conviene, ma a calpestarli e a sostenere chi li disprezza quando conviene il contrario.

L’alternativa alla fazione democratica di Biden – quella repubblicana di Trump – non è da meno: l’ex presidente è ferocemente avverso alle società a maggioranza musulmana o non bianca, e ha implicitamente riconosciuto Gerusalemme come capitale di Israele, ancora una volta contro tutte le risoluzioni delle Nazioni Unite in materia). La più alta istituzione del diritto internazionale ha sede in una nazione che sembra disprezzarla, sebbene si sia candidata unilateralmente a interpretare, in questo secolo, che cosa siano per il mondo democrazia e giustizia, anche a prezzo di guerre dalle conseguenze devastanti come quelle contro l’Iraq e la Palestina.

La votazione dell’Assemblea generale si è conclusa con 143 voti a favore, 25 astenuti e 9 contrari. Gli unici paesi di qualche rilievo demografico ad aver assunto la posizione estrema degli Usa sono nazioni governate dall’estrema destra xenofoba, come l’Ungheria e l’Argentina. La presenza dell’Italia tra il piccolo gruppo degli astenuti (in cui figurano quasi soltanto paesi europei, e soltanto una parte di essi) conferma quanto il governo Meloni sia succube di Washington, pienamente in linea con la sudditanza completa in politica estera voluta in questo secolo dall’uomo che ne ha avviato la carriera, Silvio Berlusconi.

La fragilità, l’isolamento e l’insostenibilità ideologica di queste posizioni mentre Israele annuncia un’inconcepibile offensiva su Rafah, sono testimoniate dalle reazioni nevrotiche dei governi italiano e statunitense (o francese) di fronte alla manifestazioni pacifiche per Gaza, a partire dai campus universitari. Supportare Israele o gli Usa nell’attuale scenario globale, continuando a ripetere la tiritera dei pilastri della libertà e della democrazia nel mondo, significa rendersi corresponsabili di politiche che porteranno il pianeta alla catastrofe.

Più utile sarebbe cercare soluzioni situate in modelli di politica e società differenti da quella attuale, e organizzarsi attorno ad essi. Tali modelli dovrebbero rigettare i suprematismi ed essenzialismi religiosi o nazionali e non intendere i concetti di libertà e democrazia secondo i crismi liberali, denunciandoli anzi come espressione di una civiltà della colonizzazione e dello sfruttamento umano e ambientale che non è sostenibile. Persistere nella giustificazione delle politiche attuali significa rendere le diverse comunità del pianeta massa di manovra per i diversi imperialismi, tradizionali o emergenti – fino alla prospettiva, sempre più concreta, di una catastrofe bellica globale.

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