Nel palazzo presidenziale che affaccia sul mare, Michele Emiliano ha voluto riunire i suoi assessori. Dopo il burrascoso rimpasto, la prima riunione della giunta è per guardarsi negli occhi e darsi il benvenuto. Ci sono due nuovi ingressi, del resto. Viviana Matrangola e Serena Triggiani. Debora Ciliento, invece, tra i banchi del Pd in Consiglio regionale c’era già. Per lei è solo un cambio di prospettiva. Esattamente ciò che, meno di un chilometro più in là, nella sede di Sinistra Italiana, Nichi Vendola definisce “la burletta”. Perché quel rimpasto è costato il licenziamento in tronco di AnnaGrazia Maraschio, l’unica esponente del suo partito nella massima assise regionale. Sino ad una settimana fa. Perché quel licenziamento fa male, nel merito e nel metodo. “Il presidente Emiliano ha licenziato l’assessore Maraschio con un messaggino, come fanno certi padroncini. Anche lo stile è importante nella politica”.

E sono solo alcune delle bordate lanciate – “con pacatezza” precisa – da Nichi Vendola dopo l’inaspettata rottura con la maggioranza regionale. Si diceva, una rottura che duole anche nel merito. Perché per Vendola la sua (ex) assessora ha un profilo di “competenza e passione”. Un pasticcio, insomma, su tutta la linea. Perché quello che il governatore in carica avrebbe dovuto fare è azzerare tutto. Perché questo significa “chiedere scusa e assumersi la responsabilità soprattutto quando si sbaglia in maniera così ripetuta e insistita”. E invece “le ha scansate, le responsabilità”. Ecco perché il rimpasto è risultato “una operazione burletta, rispetto alla pesantezza della situazione”. Sinistra Italiana, spiega Nichi Vendola con al fianco la ex assessora – che ora sarà candidata alle elezioni europee –, il candidato alle amministrative di Bari, Michele Laforgia, e i vertici regionali del partito, Mino Di Lernia e Nico Bavaro, avrebbe voluto fare la sua parte per ricostruire un percorso che partisse da un patto di fine legislatura. E che si aspettava anche dal Partito democratico verso il quale lancia un altro dardo infuocato: a Roma, fa sentire forte la sua voce, con Elly Schlein, a Bari invece è “non pervenuto”, è un “prigioniero politico” di Emiliano, incapace di dare seguito alle parole dette dalla segretaria. “Questo, per noi, è sgradevole”.

Un modo di fare politica, insomma, bocciato su tutti i fronti perché “si è sporcata l’immagine di questo territorio, si è abusato della primavera pugliese che, invece, è diventata una gelata”. Il trasformismo, per l’ex governatore, ha “snaturato l’attività di governo e l’intera coalizione di centrosinistra”. L’azzeramento avrebbe sortito effetti se da lì si fosse ricostruito un percorso con un nuovo metodo e che non utilizza – ha incalzato il presidente di Sinistra Italiana – le agenzie regionali come cantiere per creare consenso. E il rimpasto non è una semplice operazione matematica del “togli questo, metti quello”. Anche perché, ricorda spostando le lancette a 15 anni fa, quando per la seconda volta fu eletto presidente, il Pd fece una operazione “di autocastrazione” imponendo un tetto agli assessori esterni, “perché avevo abusato del richiamo di personalità di grandissimo livello”. “Uno strano dispetto nei miei confronti”.

Vendola assicura di non avere nessun rancore nei confronti di Michele Emiliano, “non mi interessa come essere umano, ma come governatore che fa scelte che riverberano sui pugliesi”, aggiunge, ricordando come abbiano sempre avuto un rapporto burrascoso, anche quando per la stampa regionale erano una sorta di rubrica “Michi e Nichi”. Le alleanze, assicura Sinistra Italiana, restano in piedi dove problemi non ce ne sono. A livello nazionale, come nei singoli territori (leggi Lecce). Anche perché, ora più che mai, bisogna fare pulizia e costruire una coalizione sana “per affrontare il colpo alla nuca del governo centrale con l’autonomia differenziata”. Una crisi di governo regionale finita, dunque? “I problemi politici si affrontano con la politica – conclude Vendola – non con uno spot. Così funziona, se non li affronti restano lì e riesplodono in maniera più complicata”. Tutti nodi che Emiliano conosce e che sta cercando di affrontare in questi giorni, sino al 7 maggio. Quando, se la decisione non cambierà, il Consiglio regionale della Puglia sarà chiamato a votare la mozione di sfiducia nei suoi confronti presentata dal centrodestra. Non un momento di particolare preoccupazione per il governatore che i numeri per respingerla sa di averne. Ma ne vuole di più. Con una prova muscolare pretende che sul tabellone compaiano 26 voti. Il tanto che basta per poter dire che la sua maggioranza, forte e coesa, c’è. Ecco perché è tempo di serrare i ranghi, spegnere i malumori, calmare le acque ancora troppo agitate, sedare i mal di pancia – che pochi non solo – e tentare di recuperare i 26 alleati.

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