Non si dovrebbe mai ricordare un eroe dalla sua fine. Eppure di Achille è indimenticabile il tallone, di Ulisse il naufragio oltre le colonne d’Ercole. E così, anche per l’Olimpo più prosastico dei miti sportivi, a vent’anni dalla morte di Marco Pantani la mente di tutti indugia ancora su quella stanza del residence riminese “Le Rose”, sui troppi dubbi sollevati dalla sua morte, sull’epilogo del viaggio del Pirata di Cesenatico, “ancora una volta sconfitto dalla sfortuna”. Ma il viaggio dell’Eroe Pantani è il viaggio veloce di chi scatta in salita dopo essersi rialzato ancora una volta, ed è così che ancora lo ricordano tutti: sulla sua Easton Elite 7005 in alluminio, inforcata per il grande ritorno del 1997. Persino chi era solo un bambino, persino chi allora non l’ha visto librarsi sull’Alpe d’Huez imponendo il proprio ritmo sopra ogni avversario, ricorda il sorriso largo e vitale – contratto dallo sforzo in una smorfia da Dioniso – di Pantani all’arrivo del Tour de France. Il sorriso di chi torna a correre. Perché è questo che, in definitiva, è indimenticabile di un eroe: il suo coraggio. Oltre i record, seppur dopo vent’anni sia ancora lui il più veloce ad aver scalato la cosiddetta “Dutch Mountain”. Oltre gli incidenti mortali (e quale viaggio dell’Eroe non ne è costellato?).

E allora ripartiamo dall’esordio, e non dalla fine. Ripartiamo dalla bici regalatagli da bambino dal nonno Sotero, che ne consacrò il destino da “Pantadattilo“, come verrà soprannominato anni dopo dal giornalista Gianni Mura. Ripartiamo – come era solito partire lui stesso: un pacco pignoni 11-23 con una guarnitura con il 39-53 – dall’inizio. Indietro veloce, nastro riavvolto, catena incerata. E rivediamo così il primo successo del 22 aprile 1984 sul tracciato, paradossalmente pianeggiante, delle Case Castagnoli di Cesena, a soli 14 anni. Ritorniamo al 1994, l’anno dell’ascesa di Berlusconi e della fuga di Craxi, sì. Ma anche l’anno della prima vittoria da professionista del Pirata romagnolo, la genesi di una mitologia: 4 giugno, tappa dolomitica Lienz-Merano. Scattato in prossimità del Passo di Monte Giovo, ultima asperità di giornata, in picchiata verso la cittadina altoatesina. O pochi anni dopo, al Montecampione Giro 1998, quando in pochi chilometri conclusivi rifila all’avversario Tonkov un minuto intero. Il russo, che gli era stato dietro tutto il tempo, nonostante gli scatti, finì per staccarsi a soli due chilometri dall’arrivo. L’anno dell’apoteosi, l’anno dei trionfi al Giro e al Tour de France, una doppietta riuscita soltanto a sette ciclisti: Fausto Coppi, Jacques Anquetil, Eddy Merckx, Bernard Hinault, Steven Roche e Miguel Indurain. E veloci al 2000, il nuovo millennio e il nuovo ritorno: il Ventoux al Tour, quello della forza e della tenacia, della “resurrezione” dell’Eroe.

Eppure non c’è solo questo. Non a caso a Gianni Mura, che gli aveva chiesto perché andasse così forte in montagna, Marco rispose: “Per abbreviare la mia agonia”. E infatti la vita dell’eroe Pantani è segnata anche da crolli e dipendenze, da disperazioni e incidenti. Da indagini dolorose, anche dopo la fine, anche sulla sua stessa fine. Con l’attuale anniversario, probabilmente, arriverà anche la richiesta di archiviazione della terza indagine della procura di Rimini sulla scomparsa del campione di ciclismo. Per la terza volta in 20 anni gli inquirenti sono giunti alla stessa conclusione: non fu omicidio. L’indagine del procuratore Elisabetta Melotti e del sostituto Luca Bertuzzi non è ancora formalmente trasmessa all’ufficio gip con la richiesta di archiviare ma non sembra siano emersi nuovi elementi. A spingere per la riapertura dell’indagine, una nuova denuncia della madre Tonina Belletti che aveva dichiarato ai carabinieri del nucleo investigativo del reparto operativo di Rimini: “Marco non era solo la notte che è morto”. Era stata poi mamma Tonina a fornire alla procura i nomi di nuovi testimoni o conoscenti di Marco mai ascoltati in precedenza. Sono state decine infatti le persone sentite dagli inquirenti, mai apparse prima davanti a chi indagava. Ma nessuno pare abbia saputo fornire indicazioni certe, anzi spesso pare si sia trattato di informazioni fuorvianti e inattendibili.

E così il punto arriverà di nuovo, anche se per chi l’ha amato il punto non arriverà mai: Pantani, come tutti gli eroi, è morto giovane, e sarà giovane per sempre. E oltre il compianto – tra le braccia di Maria come nel dipinto di Alessandro Tiarini, riprodotto sulla vetrata dell’edicola dove è sepolto – si ha per sempre l’ode collettiva e ogni suo simbolo reso eterno. Cappellino, bandana, orecchino. E la baldanza del pirata che, ancora allievo, si faceva lasciare in fondo al gruppo per provare il piacere di rimontare tutti, e vincere a braccia alzate sul traguardo posto in cima. Nel tempo, come ogni eroe, è divenuto protagonista di canzoni, film, spettacoli teatrali, romanzi. L’ultimo, uscito mercoledì 14 febbraio in edizione riaggiornata, è “Un Pirata in Cielo”, libro di Riccardo Clementi dal sottotitolo “20 volte Pantani: dal mare al cielo, attraverso le montagne infinite”. ”Questa terza ed ultima edizione nasce nel ventesimo anniversario della scomparsa di Pantani, per completare un percorso che come in una sorta di scalata evolutiva – al pari delle ascese alpine o pirenaiche che Marco amava tanto – ci conduce dai mari di Cesenatico fino alle ascetiche cime della memoria e dei suoi trionfi, tanto esaltanti nella loro epica quanto romantici nell’ispirazione corsara da cui traggono linfa. Per dire che Pirati – oltre a non morire mai, quando si scopre di esserlo – si nasce. E, dopo aver detto tutto quello che c’era da dire sul nostro Pirata in cielo, possiamo oggi confermare un fatto: Marco Pantani è stato il più forte scalatore di tutti i tempi”. Oltre la sua fine, oltre il suo tallone, oltre il suo naufragio.

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