Cinquanta minuti per ribadire la scorrettezza dell’operato dei magistrati di Firenze che lo accusano di finanziamento illecito ai partiti e che, a suo dire, meritano di essere puniti in sede disciplinare. È stato questo il momento centrale dell’audizione di Matteo Renzi di fronte alla Giunta per le immunità di Palazzo Madama chiamata a decidere se autorizzare quegli stessi magistrati a usare la corrispondenza sequestrata al senatore e già segretario del Pd nell’ambito dell’inchiesta su Fondazione Open. La maggioranza di centrodestra, in questo caso allargato a Iv e calendiani – va detto – è altamente indiziato di voler negare l’autorizzazione come emerso alla Camera dove analoga richiesta di autorizzazione è giunta nei confronti dei deputati del fu giglio magico Maria Elena Boschi e Luca Lotti (entrambi indagati nella medesima inchiesta) e Francesco Bonifazi (non indagato). Al Senato prevarrà lo stesso orientamento con il diniego rispetto alla richiesta dei magistrati. Renzi intanto ha giocato d’anticipo mostrando il petto: “Come ho sempre detto, sono favorevole all’autorizzazione. Se il Senato dovesse dire no io comunque allegherò quel materiale agli atti della difesa. Quindi ai fini del processo non cambia nulla”.

In ogni modo nell’audizione di fronte alla Giunta del Senato il leader di Italia Viva ha anche detto altro con una puntuale ricostruzione di una vicenda che si trascina ormai da anni. Focalizzata, però, più che sull’inchiesta, sulla sua controffensiva condotta con tutti gli strumenti: durante la scorsa legislatura Renzi aveva denunciato in sede penale i suoi accusatori ossia l’allora procuratore di Firenze Giuseppe Creazzo, l’aggiunto Luca Turco e il pm Antonino Nastasi. Ma soprattutto aveva fatto in modo che il loro operato finisse di fronte alla Corte Costituzionale attraverso un conflitto di attribuzione sollevato su suo input dal Senato grazie ai voti del centrodestra ma anche del Pd.

Un ricorso con molte suggestioni. Palazzo Madama affidò l’incarico di redigere il ricorso alla Consulta agli avvocati Giuseppe Morbidelli e Fabio Pinelli: quest’ultimo già difensore di un altro pezzo da novanta dell’inchiesta su Fondazione Open ossia Alberto Bianchi (il presidente della cosiddetta cassaforte renziana). Poi Pinelli è divenuto vicepresidente del Consiglio superiore della magistratura: qualche mese fa proprio con il suo voto decisivo è stato nominato il nuovo procuratore capo di Firenze. Ma non è tutto: Pinelli come vicepresidente del Csm presiede anche la sezione disciplinare di fronte alla quale vengono giudicati i magistrati.

Questo la fotografia dell’oggi. Anche se per l’affaire Renzi occorre fare un passo indietro. Cosa aveva stabilito la Consulta dopo il conflitto di attribuzione sollevato dal Senato attraverso il ricorso scritto da Pinelli? Che il materiale sequestrato a terzi (non parlamentari) nell’ambito dell’inchiesta Open dovesse essere trattato non come semplice documentazione, ma come corrispondenza: quest’ultima quando attiene a un parlamentare fa scattare l’obbligo di richiedere preventiva autorizzazione alla Camera di appartenenza. Cosa anche questa debitamente ricordata da Renzi di fronte alla Giunta delle immunità del Senato. “Quello che dice la Consulta è chiarissimo: l’autorizzazione deve essere preventiva, non può essere postuma. Ma siccome mi dicono che io faccio questo per evitare il processo io voto a favore e se il Senato dice di no le metto comunque agli atti come atti della difesa. Se dicesse no, pur ritenendola una roba che non sta né in cielo né in terra, prendo il materiale che è oggetto della contestazione, sono tre email o sms, e lo allego io agli atti”. Per Renzi il finale di partita è già scritto: “Il mio processo è sostanzialmente finito”. Restano i conti da fare con i magistrati che vuole vedere sul banco degli imputati. E, già che c’è, con il Pd ora alle prese con una grana non di poca misura: in Giunta per le immunità il partito ora di Elly Schlein dirà sì o no alla richiesta dei magistrati di Firenze?

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