Alessandro Impagnatiello, l’uomo accusato di aver trucidato la fidanzata incinta al settimo mese dopo aver tentato per mesi di avvelenarla, non ha alzato più lo sguardo dopo che in aula è stata mostrata per qualche istante la fotografia del corpo bruciato di Giulia Tramontano, trovato la notte fra il 31 maggio e l’1 giugno abbandonato in un anfratto dietro a una fila di box a cielo. Oggi al processo sono iniziate le testimonianze dei carabinieri che hanno indagato sul femminicidio davanti alla Corte d’Assise di Milano. La donna fu uccisa il 27 maggio 2023 con 37 coltellate nella loro abitazione a Senago, in provincia di Milano. A rispondere alle domande il comandante della stazione Carabinieri di Senago, che il 28 maggio alle 19 – circa 24 ore dopo l’omicidio – aveva raccolto la denuncia per persona scomparsa presentata in caserma dallo stesso Impagnatiello.

Era agitato, sembrava molto preoccupato. Per noi inizialmente si tratta di una denuncia per allontanamento volontario. Lui ci racconta che la mattina, mentre è a lavoro, invia dei messaggi alla compagna ma lei non risponde”. Un silenzio che non lo preoccupa perché arriva all’indomani della scoperta da parte di Giulia, al settimo mese di gravidanza, che l’uomo con cui convive ha un’altra relazione parallela. In caserma lui “denuncia che manca il passaporto della ragazza, il bancomat e circa 400-500 euro”. Non fa menzione del telefono, mai trovato, a differenza dei documenti recuperati in un tombino non lontano dall’abitazione. “Andiamo a casa con la sua auto (le nostre erano impegnate), io sento un forte odore di benzina che proveniva dal bagagliaio e lui si giustifica dicendo che ha una bottiglia di benzina” in caso di emergenza, racconta il teste. “Ma c’è forte odore di benzina anche nel bagno dell’abitazione, dove la lavatrice aveva appena finito il ciclo di lavaggio, così come nel suo zaino in cuoio in cui abbiamo trovato un paio di guanti di lattice” presenti “perché la lavastoviglie era rotta” e due bustine di veleno “per uccidere i topi presenti nella piazzetta non distante dal lavoro” in pieno centro a Milano. “L’appartamento era in ordine – aggiunge il carabiniere, testimone dell’accusa -, le sedie della cucina erano sopra il tavolo come se uno avesse pulito”.

Impagnatiello, che si era presentato in caserma accompagnato dalla madre, descrive la discussione tra lui e Giulia, quella al culmine della quale viene uccisa con 37 coltellate, come “pacata, con toni moderati”. Dopo il ‘confronto’ avrebbe fatto la doccia, avrebbe cenato, quindi sarebbe uscito per andare da un pusher – fornendo un civico inesistente di viale Certosa – quindi sarebbe rientrato tardi e alle 7 di mattina di aver uscito per andare a lavoro mentre Giulia dormiva. Un falso per la pubblica accusa: Giulia è morta la sera di sabato 27 maggio scorso, intorno alle ore 22. Solo quando si sente braccato l’ex barman – che non ha mai ammesso di avere una cantina, dove inizialmente è stata nascosta la giovane vittima – indica ai militari dove ha messo il corpo di Giulia, uccisa a coltellate e poi bruciata. “Era dietro una serie di box, tra le sterpaglie e rifiuti, il suo corpo era avvolto in sacchi di plastica”.

Come emerso dalle indagini Impagnatiello, prima di uccidere la compagna per poter vivere una relazione con un’altra donna, aveva visitato una pagina web dal titolo “quanto veleno per topi è necessario per uccidere una persona’ il 7 gennaio 2023. Il maresciallo Pasquale Afeltra del Nucleo investigativo dei carabinieri di Milano – squadra omicidi, rispondendo alle domande della pm Alessia Menegazzo, ha ricostruito le varie ricerche sul web effettuate da Impagnatiello con riferimenti a topicida o veleno per topi, come emerso dalle copie forensi dei suoi dispositivi informatici. A dicembre 2022, gennaio e maggio 2023 dal suo smartphone ha effettuato rispettivamente le ricerche ‘veleno per topi incinta’, ‘veleno per topi in gravidanza’, ‘veleno per topi uomo’. L’avvelenamento era stato confermato anche dagli esiti dell’autopsia.

Dalle testimonianze dei militari è emerso anche che l’imputato ha effettuato la ricerca sul web ‘rimuovere macchie di sangue’ dal proprio smartphone mentre si trovava negli uffici del Nucleo investigativo dei carabinieri di Milano il 31 maggio per far analizzare con il luminol la sua auto Volkswagen T-Roc. Dalla copia forense del telefono è emerso come alle 11.06 di quella mattina il barman 30enne abbia effettuato la ricerca. Negli stessi minuti si trovava negli uffici dell’Arma dove era stato convocato il giorno prima per gli accertamenti della Sezione investigazioni scientifiche che insieme seguito dimostreranno la presenza di tracce ematiche e sangue della 29enne incinta al settimo mese di gravidanze nel baule e sulla portiera dell’auto.

“Non ho fatto caso alla circostanza se Impagnatiello fosse provato o meno. Ho guardato nell’aula e ho visto che siamo rimasti provati tutti quanti. Consideri che non è la prima volta che io avevo accesso a queste cose e sono stati presentate sul video, appositamente predisposto dalla Procura, per il tempo strettamente necessario per la narrazione testimoniale del caso, perché effettivamente sono dolorosissime e disturbanti per chiunque – ha detto l’avvocato Giovanni Cacciapuoti, legale della famiglia Tramontano, parte civile al processo – Questa è la ragione per la quale oggi non sono stati presenti i signori Tramontano a questa udienza”.

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