Promesso sposo dei Conservatori europei di Giorgia Meloni, ma col matrimonio lasciato in stand by fino a dopo le elezioni europee del 9 giugno. Viktor Orbán è riuscito di nuovo a imporsi come ago della bilancia: non per formare una maggioranza nel Parlamento Ue, ma, questa volta, per stabilire le gerarchie all’interno della destra che si appresta a ricoprire un ruolo più rilevante all’interno della Plenaria di Bruxelles. La mancanza dell’ufficialità non sembra però una pura questione di formalità, ma un calcolo strategico: col risultato delle elezioni ormai acquisito, il premier ungherese potrà prendere la sua decisione. Che, tra Ecr e Identità e Democrazia, potrebbe virare sul gruppo che gli garantirà un ruolo di primo piano e, magari, con più seggi in Parlamento.

Che si tratti di un accordo verbale soggetto a contrattazioni ancora da intavolare lo confermano le dichiarazioni del portavoce dei Conservatori, Michael Strauss, il giorno dopo le dichiarazioni del leader di Fidesz: “Non abbiamo alcuna richiesta (di entrare in Ecr, nda) da parte di Fidesz e, per quanto mi risulta, Orbán ha detto che si negozierà dopo le elezioni“. Quindi, ufficialmente Viktor Orbán è ancora sul mercato. E il suo valore reale lo si capirà solo a voto acquisito. Fidesz, a oggi, è dato al 48% in Ungheria e questo, considerando che anche il leader della minoranza magiara in Romania fa riferimento a lui, dovrebbe garantirgli 14-15 seggi. Un bel bottino per formazioni come Ecr e ID che puntano a diventare il traino della destra in Europa. Senza dimenticare che Orbán è anche un capo di governo e per questo ha una poltrona assicurata all’interno del Consiglio europeo. Avere il premier dalla propria parte, magari da terza forza del Parlamento Ue dopo Popolari e Socialisti, permetterebbe a una delle due formazioni della destra di strappare cariche importanti durante le contrattazioni per le nomine nelle istituzioni Ue.

Prendere Zemmour per attirare Orbán
In questo contesto può essere letta la mossa di accogliere in Ecr il controverso leader dell’estrema destra francese di Reconquête, Éric Zemmour. Una scelta che ha lasciato gli osservatori disorientati, tenendo conto che i Conservatori da anni hanno avviato un processo di normalizzazione del partito, puntando a diventare quella destra conservatrice ma dialogante che poteva piacere anche alle formazioni più moderate come il Ppe per formare una maggioranza in Parlamento. Un’ipotesi che ha tenuto banco fino a pochi giorni fa, con l’ala più a destra dei Popolari, nella quale si collocano anche l’attuale presidente Manfred Weber e Forza Italia, che aspirava a uno sganciamento dalla cosiddetta ‘maggioranza Ursula‘ per formare una nuova alleanza di destra. Un piano di difficile realizzazione, visti i numeri, ma che con il passaggio di Zemmour in Ecr sembra definitivamente naufragato. “Non condivido una parola di quello che dice Zemmour”, ha commentato Antonio Tajani. “Dando il benvenuto a Reconquête, l’unica cosa che Ecr ha conquistato è l’esclusione definitiva dai negoziati politici, ancor prima dell’arrivo di Orbán”, ha aggiunto la capogruppo di Renew Europe (parte di un’ipotetica coalizione a destra), Valérie Hayer.

Che senso ha per i Conservatori, quindi, portare dalla loro parte Reconquête, che può garantire circa 6 seggi, al prezzo di un fallito accordo col Ppe? Ha senso solo se si pensa che quell’accordo, dentro a Ecr, è sempre stato considerato impossibile da chiudere. Se così fosse, Zemmour diventa l’esca per attirare il pesce più grosso: Viktor Orbán. Stando ai sondaggi, i due partiti della destra, Ecr e ID, sono testa a testa per numero di seggi, intorno agli 85 ciascuno. Ma con Zemmour i Conservatori salgono a oltre 90 scranni, con un capo di governo, Giorgia Meloni, che siede in Consiglio Ue, dopo aver perso la poltrona del Pis polacco. Accogliere Orbán vorrebbe dire superare nettamente i 100 seggi, confermarsi definitivamente terza forza del Parlamento Ue e portare tra i 27 un altro leader col loro marchio. Situazione che permetterebbe loro di essere il traino della destra europea e, allo stesso tempo, esercitare un peso nelle trattative post elettorali.

E se Identita e Democrazia facesse l’exploit?
L’accordo, però, non è ancora siglato ed è sfruttando questo spiraglio che ID potrebbe tentare un sorpasso all’ultima curva accaparrandosi il leader ungherese. Un’operazione difficilissima per diversi motivi: con Zemmour, Ecr è oggi un gruppo più forte e più strutturato che, con la figura del capo di Fidesz, consoliderebbe la sua presenza in Consiglio Ue. Ma se dalle elezioni dovesse uscire un risultato a sorpresa di Identità e Democrazia, magari con un exploit di Le Pen e Alternative für Deutschland, ecco che Orbán potrebbe pensare di tradire la sua promessa. A parità di seggi, entrare in Id vorrebbe dire farlo come secondo partito politico dopo Rassemblement National e, soprattutto, come unico leader in Consiglio Ue. Un ruolo di primo piano che gli permetterebbe anche di portare avanti con maggiore libertà gli interessi nazionali ungheresi, continuando a ricattare l’Ue col diritto di veto.

Guarda caso, la Lega non chiude affatto a questa ipotesi, pur rimanendo sul vago. Il presidente del gruppo ID, Marco Zanni, a esplicita domanda ha infatti dichiarato che “con Fidesz i rapporti sono da sempre ottimi, collaboriamo insieme e spesso presentiamo iniziative congiunte nelle commissioni parlamentari e in Plenaria. Non è un mistero che la Lega sin dall’inizio della legislatura stia lavorando per un centrodestra unito anche in Europa, per formare una maggioranza alternativa all’attuale. Questo è il nostro obiettivo da sempre, che continuiamo a portare avanti”.

A questo si aggiunge che dentro al partito conservatore, dopo l’accoglienza a Zemmour, iniziano ad alzarsi le voci contrarie a un’eventuale apertura anche nei confronti di Orbán. Dopo il duro lavoro svolto per convincere i polacchi ad accettare la presenza del leader più vicino a Putin di tutta l’Unione europea, ecco che la stessa opera di persuasione sarà necessaria col Partito Democratico Civico della Repubblica Ceca. L’europarlamentare Veronika Vrecionová, il 7 febbraio, ha infatti dichiarato che “Fidesz non appartiene al gruppo Ecr ed è completamente fuori questione per me e per molti di noi nel gruppo. Non abbiamo bisogno di un politico che negli ultimi due anni ha ricattato il resto dell’Ue sull’Ucraina. Orbán non ha nulla in comune con i valori del gruppo Ecr”.

Torna di moda la ‘maggioranza Ursula’
Un nuovo accordo con Socialisti e Liberali di Renew, oltre a essere più praticabile da un punto di vista di numeri, è sempre stata la prima opzione anche all’interno del Ppe. Sarà lei la Spitzenkandidat che uscirà dal prossimo Congresso del partito, a metà marzo, e questo non rende l’alleanza con Ecr un’opzione praticabile. Almeno in partenza, perché dentro alla più grande famiglia europea è opinione diffusa che la presidente della Commissione aspiri a succedere a Jens Stoltenberg come segretario generale della Nato. Eventualità che avrebbe aperto le porte a Weber come candidato di punta, lui sì bendisposto nei confronti di un’alleanza a destra.

Con Zemmour in Ecr, però, questa seconda opzione non sarebbe digeribile né per Renew né per l’ala più liberale del Ppe, rischiando di spaccare definitivamente un partito già in calo di consensi. Non sono un caso le dichiarazioni anti-Orbán rilasciate nei giorni scorsi. “Non abbiamo consentito a Orbán di ricattare l’Ue, Vikotr Orbán è tornato a Budapest a mani vuote”, ha detto proprio Weber, che tra il 2020 e il 2021 si schierò in sua difesa contro l’espulsione dal partito, durante il suo intervento in aula a Strasburgo sulle conclusioni del vertice sugli aiuti all’Ucraina. “Un’eventuale adesione di Viktor Orban al gruppo Ecr sarebbe un serio ostacolo per la futura cooperazione del centro-destra nel Parlamento europeo. Sarebbe un grosso regalo alla minoranza liberale e di sinistra e minerebbe l’influenza dell’Ecr sulla direzione della politica dell’Ue”, hanno fatto trapelare da ambienti Ppe nelle stesse ore. Questo, però, è ancora tutto da vedere: non si dimentichi che Viktor Orbán rimane uno dei leader europei che siedono nella sala dei 27 del Consiglio europeo.

Twitter: @GianniRosini

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