Come nel gioco dell’oca, il processo a Napoli sulle presunte irregolarità negli appalti degli ospedali modulari campani e nella gestione delle prime fasi dell’emergenza Covid torna al punto di partenza. Per la precisione, torna all’avviso di conclusione indagini firmato dai pm nel giugno 2022: 14 pagine delle quali una o due mancavano nell’atto consegnato ad alcuni tra i circa 20 indagati. Di qui l’eccezione di nullità sollevata dagli avvocati in udienza preliminare – tra cui Giuseppe Fusco, Stefano Montone, Alfredo Sorge, Elena Lepre – perché nel frattempo la procura era andata avanti ed aveva chiesto il rinvio a giudizio. L’eccezione è stata accolta dal Gup Giovanni Vinciguerra. A quel punto il pm Simone De Roxas, di fronte all’ipotesi di stralciare solo le cinque o sei posizioni col difetto di notifica e spaccare il processo in due, ha preferito una strada diversa: lasciarlo unitario, si ritorna indietro per tutti.

Vanno in fumo 18 mesi. Ma va detto che alcuni dei reati contestati – che spaziano a vario titolo dalla turbativa al falso e alla frode in pubbliche forniture, fino al traffico d’influenze e al peculato – hanno tempi lunghi di prescrizione. Tra gli ex imputati – con la nullità della richiesta di rinvio a giudizio retrocedono allo status di indagati – ci sono il manager dell’Asl Napoli 1 Ciro Verdoliva, fedelissimo del governatore Vincenzo De Luca, il coordinatore dell’unità di crisi coronavirus, Italo Giulivo, la dirigente dell’unità di crisi e dell’ufficio di gabinetto di De Luca, l’ingegnere Roberta Santaniello, ed altre 16 persone.

Cuore delle indagini, le procedure attraverso cui la Regione Campania individuò in tempi record, tra il 16 e il 19 marzo 2020, attraverso un bando della società regionale della sanità Soresa, l’impresa Med di Padova per la realizzazione di un ospedale modulare a Napoli sul “modello cinese”. Il progetto prevedeva di ospitare 48 posti di terapia intensiva. La Regione Campania investì nell’operazione circa 12 milioni di euro, comprensivi degli altri due ospedali modulari tra Caserta e Salerno per un totale di 72 posti di terapia intensiva. La base d’asta era fissata a poco più di una quindicina di milioni. Ma i posti di terapia intensiva risultarono a lungo inutilizzati mentre un reportage di Fanpage rivelò alcune presunte anomalie dei lavori di sbancamento di un’area che sembravano essere iniziati prima dell’affidamento ufficiale alla ditta che risultò incaricata dell’appalto. Nelle carte dell’accusa ci sono anche i sospetti su una gara per le forniture di mascherine per bambini ed alcune microstorie: un paio di tamponi sottratti per scavalcare le file, e l’uso improprio dell’auto di servizio usata da qualche manager per farsi accompagnare ad alcune visite mediche.

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