Se il Climate Action Tracker racconta nei giorni della Cop 28 di Dubai che nessun paese del G20 ha adottato politiche coerenti con l’obiettivo dell’accordo di Parigi di limitare il riscaldamento globale a 1,5°C e di raggiungere la “giusta quota” di riduzione delle emissioni, il rapporto Climate Change Performance Index di Germanwatch, CAN e NewClimate Institute sulla performance climatica dei principali paesi del pianeta, realizzato in collaborazione con Legambiente per l’Italia, descrive il grande passo indietro della Penisola che scende dal 29°al 44° posto della classifica, perdendo 15 posizioni in un anno. Un crollo dovuto soprattutto al rallentamento della riduzione delle emissioni (37° posto della specifica classifica) e alla politica climatica nazionale (58°). L’aggiornamento del Piano Nazionale Integrato Energia e Clima? Inviato lo scorso luglio a Bruxelles (con un approccio “realistico, lontano dall’eccessivo ottimismo del Piano 2019”) sarà inviato nella sua versione definitiva, alla Commissione europea, a giugno 2024. Ad oggi consente un taglio delle emissioni entro il 2030 di appena il 40.3% rispetto al 1990, un ulteriore passo indietro rispetto al già inadeguato 51% previsto dal Piano nazionale di ripresa e resilienza. L’obiettivo del pacchetto europeo Fit for 55, però, è di un taglio del 55% al 2030 rispetto al 1990. Questi i presupposti con cui ci si appresta alla maratona finale dei negoziati. Concentrati soprattutto sugli impegni di decarbonizzazione, dopo la pubblicazione di una bozza vaga, seguita da un’altra che lo è altrettanto, e sulla finanza climatica. Il Fondo Loss&damage (che ammonta a oltre 700 milioni di dollari, a fronte di costi annuali le cui stime variano dai 100 ai 580 miliardi di dollari) non risponde alle necessità per l’adattamento. Su questo fronte, alla Cop 28 sono stati raccolti contributi per soli 165 milioni di dollari, la metà dell’obiettivo di arrivare a 300 milioni entro fine 2023.

Le politiche insufficienti dei Paesi – E mentre si raccolgono finanziamenti per riparare ai danni causati dai Paesi industrializzati, un gruppo di ricercatori indipendenti del Climate Action Tracker ha analizzato gli impegni dei vari paesi per raggiungere la ‘giusta quota’ di riduzione delle emissioni, considerando elementi come i contributi storici di ciascun Paese alle emissioni globali totali (nonché i loro livelli attuali) e la capacità economica. Otto i paesi classificati come ‘criticamente insufficienti’: Arabia Saudita, Argentina, Corea del Sud, Russia, Turchia, Canada, Messico e Indonesia. Secondo il report, se tutti gli altri Paesi emettessero come questi, il riscaldamento globale raggiungerebbe i 4°C a fine secolo rispetto ai livelli preindustriali. Giudicati ‘altamente insufficienti’, invece, Cina, Brasile, Australia, Unione Europea e Regno Unito. La Cina è di gran lunga il più grande emettitore nel G20 e si prevede che raggiunga il picco di 14,3 miliardi di tonnellate nel 2026, ma la notizia che il Brasile, che ha migliorato i suoi obiettivi di riduzione delle emissioni, sia pronto ad allinearsi con l’Opec è stata accolta con disappunto da molti attivisti. Considerando la ‘giusta quota’ di emissioni, però, altri cinque paesi del G20 (Stati Uniti, Giappone, Sud Africa, Germania e India) sono considerati ‘insufficienti’.

Il Climate Change Performance Index – Altra doccia fredda, in particolare per l’Italia, arriva dal Climate Change Performance Index, che prende in considerazione la performance climatica di 63 Paesi, più l’Unione Europea nel suo complesso (tutti insieme rappresentano oltre il 90% delle emissioni globali). Il parametro di riferimento sono gli obiettivi dell’Accordo di Parigi e gli impegni assunti al 2030. L’indice delle performance si basa per il 40% sul trend delle emissioni, per il 20% sullo sviluppo sia delle rinnovabili che dell’efficienza energetica e per il restante 20% sulla politica climatica. Anche quest’anno le prime tre posizioni della classifica non sono state attribuite: nessuno dei Paesi ha raggiunto la performance necessaria per contribuire a fronteggiare l’emergenza climatica e contenere il surriscaldamento del pianeta entro la soglia critica di 1.5°C. “Entro il 2030 – spiega Mauro Albrizio, responsabile ufficio europeo di Legambiente – le emissioni globali vanno quasi dimezzate, grazie soprattutto alla riduzione dell’uso dei combustibili fossili. Alla COP28 in corso a Dubai, pertanto, è cruciale raggiungere un accordo ambizioso che preveda di triplicare la capacità installata di energia rinnovabile, raddoppiare l’efficienza energetica ed avviare da subito il phasing-out delle fossili”.

In testa alla classifica (con il quarto posto) la Danimarca, per la significativa riduzione delle emissioni e lo sviluppo delle rinnovabili. Seguono Estonia (5°) e Filippine (6°). In fondo alla classifica troviamo, invece, Paesi esportatori e utilizzatori di combustibili fossili come Emirati Arabi Uniti (65°), Iran (66°) e Arabia Saudita (67°). La Cina, maggiore responsabile delle emissioni globali, rimane stabile al 51° posto dello scorso anno. Nonostante il grande sviluppo delle rinnovabili ed il miglioramento dell’efficienza energetica, le emissioni cinesi continuano a crescere per il forte ricorso al carbone. Invece gli Stati Uniti, secondo emettitore globale, si posizionano al 57° posto. Un passo indietro di cinque pozioni rispetto allo scorso anno, dovuto all’ancora scarsa attuazione delle misure previste dall’Inflation Reduction Act, che destina un considerevole sostegno finanziario per l’azione climatica. In questa classifica, solo tre membri del G20, India e Germania (14°) insieme all’Unione Europea (16°), sono nella parte alta della classifica. La maggior parte dei Paesi del G20, invece, si posiziona nella parte bassa. Mentre Canada (62°), Russia (63°), Sud Corea (64°) ed Arabia Saudita (67°) sono i Paesi del G20 con la peggiore performance climatica.

Il crollo delle performance climatiche italiane – L’Italia crolla dal 29°al 44° posto della classifica. “Serve una drastica inversione di rotta. Secondo il Paris Compatible Scenario elaborato da Climate Analytics, il nostro Paese è in grado di ridurre le sue emissioni climalteranti di almeno il 65% grazie al 63% di rinnovabili nel mix energetico ed al 91% nel mix elettrico entro il 2030” spiega il presidente di Legambiente, Stefano Ciafani. In questo modo sarebbe possibile arrivare “nel 2035 al 100% di rinnovabili nel settore elettrico, confermando l’uscita dal carbone entro il 2025, prevedendo quella dal gas fossile entro il 2035 per raggiungere la neutralità climatica già nel 2040”.

Il Pniec secondo il think tank Ecco – Per un cambio di rotta è essenziale il ruolo del Piano nazionale integrato energia, su cui il think tank italiano Ecco presenta una proposta che si concentra su quattro settori: sistema elettrico e ruolo del gas, industria manifatturiera, settore civile e dei trasporti. Obiettivo: raggiungere il taglio del 55% delle emissioni previsto dall’Ue. Nel periodo 2021-2030 lo scenario di Ecco per rispettare i target del ‘Fit For 55’ prevede una riduzione del 54,5% delle emissioni rispetto al 2005, che raggiungono un valore di 270 milioni di tonnellate equivalenti di Co2 al 2030, rispetto ai 312 milioni di tonnellate del Pniec. Si prevede la produzione di 8 terawattora di idrogeno verde al 2030 in sostituzione dell’attuale domanda industriale di idrogeno da fonti fossili. In questo scenario, l’industria manifatturiera riduce le proprie emissioni energetiche del 37% rispetto al 2021 (nel Pniec il taglio è del 24%). Driver principale è lo sfruttamento del potenziale di elettrificazione del calore a media e bassa temperatura che permette la riduzione di 8,3 milioni di tonnellate di Co2 al 2030, ma l’elettrificazione del calore a bassa temperatura nel settore industriale non è una misura inserito nel Pniec. Contribuiscono all’obiettivo l’utilizzo di biometano nei settori energy intensive, del potenziale di idrogeno verde generato dalla decarbonizzazione del sistema elettrico e l’avvio del processo di decarbonizzazione dell’ex-Ilva di Taranto.

Il settore dei trasporti, ridurrebbe le proprie emissioni del 37% rispetto al 2021, con una riduzione di ulteriori 12,8 milioni di tonnellate di anidride carbonica rispetto a quanto previsto nel Pniec. Tra le misure ipotizzate, la riduzione della domanda di trasporto privato attraverso politiche previste nel Pnrr e strumenti di pianificazione per la mobilità sostenibile, che incide per 14,5 milioni di tonnellate equivalenti di Co2 (il 37% del totale). Inciderebbe per altri 5,8 milioni di tonnellate equivalenti di Co2 (15% del totale) anche l’incremento nel parco auto circolante del numero di veicoli elettrici Bev, con un motore elettrico alimentato a batteria: 3,5 milioni di vetture. Il contributo del settore civile è nell’ordine del 16% del taglio, per un totale di 36,2 milioni di tonnellate di Co2 (rispetto a 48 milioni di tonnellate del Pniec) soprattutto attraverso una maggiore elettrificazione dei consumi finali per effetto di una più rapida sostituzione dei sistemi di riscaldamento tradizionali con pompe di calore esclusivamente elettriche e un tasso crescente di riqualificazioni (da 0,37% al 4% al 2030).

Twitter: @luisianagaita

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