Le ultime immagini sul Sinodo universale (Sessione 2023) hanno mostrato ancora una volta l’aula Paolo VI in Vaticano con quei trentacinque tavoli tondi, che ricordano la cena di gala di una crociera o un lussuoso casinò dove si tenta la fortuna. Ma dietro la disposizione dei mobili si celava una precisa strategia e il risultato di quattro settimane di riunioni ha confermato che la ferrea regia imposta da papa Bergoglio ha raggiunto alcuni obiettivi prioritari.

Nel pontificato di Francesco il Sinodo sulla “sinodalità”, incentrato sui concetti di Comunione, Partecipazione e Missione, riveste un’importanza cruciale. Dovrebbe essere l’opera fondamentale del pontificato, un’impresa destinata a rimodellare ruolo e struttura della Chiesa cattolica, disegnando il suo profilo per il secolo XXI.

Se il cardinale Carlo Maria Martini, poco prima di morire, denunciava una Chiesa “rimasta indietro di 200 anni”, piena di polvere, Francesco con questo Sinodo intende trovare la via per rivitalizzare la presenza del cattolicesimo nella società odierna. Non in contrapposizione ma in maniera interattiva, dando forza al messaggio del Vangelo e coinvolgendo tutta intera la comunità dei fedeli. “Tutti discepoli, tutti missionari”, afferma il documento finale.

Un primo assaggio si è avuto con la ristrutturazione del Sinodo, estendendo il diritto di voto ai laici e in particolare alle donne. Le cinquantaquattro “madri sinodali”, arrivate a discutere da pari a pari con vescovi e cardinali, costituiscono un’autentica rivoluzione. Dopo 1700 anni le donne entrano per la prima volta in un parlamento di vescovi. E’ una svolta irreversibile, destinata a riverberarsi nelle conferenze episcopali nazionali e nella pratica decisionale delle Chiese cattoliche nei vari continenti.

Durante le settimane di ottobre è stata toccata praticamente l’intera tematica della Chiesa contemporanea: dal linguaggio liturgico all’attenzione per poveri, emarginati e migranti, dal rapporto con i contesti multiculturali al rapporto tra sinodalità e primato del pontefice, dal diaconato femminile al celibato dei preti, dalle verifiche sull’operato dei vescovi ai danni del clericalismo, dai dibattiti sull’identità sessuale alla constatazione che il corpo dei fedeli ignora largamente gli insegnamenti del concilio Vaticano II, la dottrina sociale della Chiesa e le encicliche dei papi.

Di fatto l’attuale Sinodo è una sorta di mini-concilio e il risultato finale dovrebbe indicare alcune linee guida per la Chiesa nel XXI secolo, in un pianeta in tumultuosa trasformazione.

Imponendo il segreto sugli interventi e limitando al massimo il dibattito in assemblea plenaria (privilegiando il confronto ai “tavoli” in gruppi di 10-12 persone), Francesco ha evitato che il Sinodo diventasse campo di battaglia tra le fazioni dei conservatori e dei riformatori.
Obiettivo raggiunto: i lavori sinodali non hanno evidenziato la guerra civile che logora la Chiesa cattolica da otto anni.

L’altro intento del pontefice era di costringere a esprimersi il partito della Palude. Quella vasta area di centro che non parla quasi mai, che non prende posizione per paura e incertezza. Ai tavoli ognuno doveva parlare, fare proposte, esporre critiche e dubbi. Il terzo obiettivo era di togliere il marchio di tabù a ogni tema. Si tratti del celibato dei preti o della poligamia. Anche questo è un viatico per il futuro. Il risultato è stato un documento finale votato con una schiacciante maggioranza, che ha superato agevolmente i due terzi dei “sì” (il quorum richiesto per la validità dei documenti ecclesiali assembleari).

Alla resa dei conti l’opposizione manifestatasi sui temi del diaconato femminile (277 sì, 69 no), del celibato sacerdotale (291 sì, 55 no) o dell’inserimento di ex preti in responsabilità parrocchiali non ha mai superato il 20 per cento dell’assemblea. Un risultato notevole.
Tuttavia, guardando al documento finale con occhio politico, di analisi del funzionamento della struttura ecclesiale, è evidente che la grande maggioranza dei voti favorevoli si è coagulata intorno ad un testo che spesso espone i problemi senza proporre scelte precise.
Francesco, per non ricadere nelle aspre polemiche che hanno contrassegnato gli anni passati – a partire dal mancato raggiungimento di un chiaro placet ai sinodi sulla famiglia 2014-2015 per dare la comunione ai divorziati risposati (prassi che poi il papa argentino ha permesso obliquamente in una nota a pie’ pagina del suo documento postsinodale Amoris laetitia) – sta attuando la strategia della tartaruga. Avanzare passo passo.

Non è detto neanche che certi traguardi siano raggiunti l’anno prossimo. Alcune proposte abbozzate potrebbero anche essere trasmesse al prossimo pontificato per la decisione finale.

In realtà la Chiesa cattolica si trova in una grande transizione, con i giovani che si allontanano rapidamente dalle strutture ecclesiali. Ma non dipende soltanto dagli scandali di abuso o dalle polemiche sulla benedizione delle coppie gay: la crisi è più profonda, segnala un disconnessione dai significati ultimi di Dio, di Cristo e della messa. In questa transizione Francesco spinge avanti la Chiesa perché non rimanga fossilizzata in strutture mentali clericali, gerarchiche e storicamente condizionate del passato.

Il progetto di Bergoglio si fonda su pazienza e tenacia. La resilienza della tartaruga appunto. E’ indubbio, però, che la sessione finale del Sinodo nell’ottobre 2025 dovrà produrre un documento con alcune decisioni ben definite. Ed è lì che l’opposizione del 20 per cento potrebbe raggranellare la resistenza dei moderati tradizionalisti raggiungendo facilmente il 30 percento e oltre. Per bloccare innovazioni sgradite. La battaglia è appena cominciata.

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