Il piano, ribattezzato “libera caccia”, è stato approvato durante l’estate dal governo Meloni e ha come scopo quello di abbattere, nel quinquennio 2023-2028, 600mila cinghiali. Dietro al decreto del ministero dell’Ambiente – ispirato da Coldiretti – ci sarebbe la volontà di eradicare la peste suina africana (Psa). Il problema, però, è che a distanza di poche settimane i conti non tornano. I dati attualmente a disposizione, da Nord a Sud, raccontano un’altra storia: la Psa si è diffusa – e sta proliferando – quasi esclusivamente all’interno degli allevamenti intensivi di suini. E gli animali selvatici c’entrano così poco che viene da chiedersi se i necessari ristori, destinati agli allevatori i cui capi sono stati abbattuti in questi giorni, e i fondi impiegati dalle Regioni per abbattere i cinghiali non debbano essere usati in altro modo.

Mentre con raro zelo il commissario straordinario alla Psa, Vincenzo Caputo, esorta le Regioni a “dare ulteriore impulso alle azioni di contenimento della specie cinghiale per raggiungere il target previsto e in particolare alla costituzione dei gruppi operativi territoriali” (tradotto: accelerare con gli abbattimenti), dalla Lombardia arrivano dati – al momento – inequivocabili (come denunciato da Lac): delle 1730 carcasse di cinghiali esaminate in provincia di Pavia, cioè il principale focolaio di Psa in Italia, ben 1727 sono risultate negative alla peste. Di contro, la positività al virus è stata riscontrata in 12.910 suini (finora, nel solo Pavese, ne sono stati abbattuti più di 30mila, compresi i dieci del rifugio “Cuori Liberi”, che non erano destinati al consumo). In pratica, il 97% dei maiali affetti da Psa si concentra negli allevamenti intensivi del Pavese, che con circa 5 milioni di capi rappresentano più del 50% del comparto nazionale (dati Legambiente). E non fa niente se il governo vuole addirittura schierare l’esercito contro i cinghiali: in Lombardia il ministro della Difesa, Guido Crosetto, ha assicurato ad Attilio Fontana e all’assessore all’Agricoltura, Alessandro Beduschi, che sì, servono i militari. E da più parti si sente ripetere la litania della “emergenza nazionale” (Ettore Prandini, presidente di Coldiretti, in testa). E chissà, a questo punto, se i nostri soldati non dovranno fare irruzione nei capannoni della Pianura Padana.

Attualmente i casi di Psa nei cinghiali sono stati riscontrati prevalentemente in Liguria e Piemonte (anche se non sono mancati casi nel Lazio, Calabria, Campania e Basilicata): da inizio 2022 al luglio 2023 sono risultati positivi in 1013. “Ma gli abbattimenti non sono uno strumento efficace né per debellare la malattia né per ridurre il numero di capi”. A dirlo è Andrea Mazzatenta, professore di Fisiologia all’Università di Chieti-Pescara e di Psicobiologia e Psicologia animale all’Università di Teramo. “Il punto di partenza è che i cinghiali sono estremamente stanziali. Durante le braccate (la battuta di caccia per i cinghiali, ndr) gli animali vengono spinti al di fuori del proprio territorio, così facendo si creano le condizioni perché entrino in contatto tra di loro. Se c’è un capo malato, può infettare più facilmente quelli sani”. A ciò, secondo Mazzatenta, si deve aggiungere il fatto che l’uccisione dei cinghiali, nel medio termine, non porta alla riduzione della popolazione: “La società del cinghiale è matriarcale – spiega – ciascuna famiglia ha a capo la mamma, che ha con sé i cuccioli. Quando i cuccioli maschi raggiungono la maturità sessuale, si allontanano dalla famiglia. Più famiglie si concentrano in un’unica zona controllata da un solo maschio. L’unica ad accoppiarsi è la mamma di ciascuna famiglia, che al massimo partorisce 5-6 cuccioli. E la popolazione resta stabile“. Ma quando interviene l’uomo le cose cambiano: “In genere è la mamma quella che viene abbattuta con più facilità, perché è quella che si espone maggiormente ai pericoli. A quel punto, le altre femmine del branco iniziano a riprodursi tanto col cinghiale-capo (se è ancora in vita) tanto con quelli più giovani. A questo punto il numero di cinghiali cresce esponenzialmente”.

Mail: a.marzocchi@ilfattoquotidiano.it

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