Di fronte ai cento e passa barchini in fila nel porto di Lampedusa, in gran parte partiti da Sfax, si è arreso perfino lui, il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, ora dubbioso riguardo la “capacità” e la “volontà” della Tunisia di “collaborare” nel fermare le partenze dei migranti. Ma anche pronto a smarcarsi dalla linea salviniana del “complotto” ordito in Europa contro l’Italia.

In coda ai giorni che hanno certificato come l’onda di arrivi dal Nord Africa si sia tutt’altro che arrestata, alla faccia del memorandum firmato con Kaïs Saïed da Giorgia Meloni, insieme a Ursula von der Leyen e Mark Rutte, il Viminale mette in luce il fallimento, almeno nel breve periodo, della strategia del governo.

E compie una sostanziale retromarcia rispetto alla narrazione che lo stesso Piantedosi aveva sviluppato a fine agosto quando, insieme al sottosegretario all’Interno Alfredo Mantovano, si dicevano certi che l’accordo cominciasse “a ottenere i primi risultati” e il lavoro di Tunisi era definito “importante”. Ma Piantedosi si smarca anche dai “complotti” evocati da Matteo Salvini, affermando che di non credere a una presunta “regia” dietro gli sbarchi e chiarisce, in ogni caso, di non averne prova.

L’intesa-bandiera della presidente del Consiglio, insomma, viene ammainata all’interno dello stesso governo, per giunta per bocca del ministro più coinvolto nella gestione dei flussi e nell’accoglienza dei migranti che sbarcano sulle coste italiane. Una marcia indietro, quella di Piantedosi, che ha anche un risvolto tutto interno all’esecutivo viste le diverse punzecchiature sul tema migranti arrivate nelle ultime settimane dal leader della Lega Salvini e dai vertici del Carroccio, partito di cui il ministro dell’Interno è espressione.

Tanto da arrivare a rilanciare il “blocco navale” che “potrebbe rientrare nell’Agenda Meloni, come ha spiegato il premier, se si completasse la missione Sophia”. In che modo? “La terza fase della missione – ha sostenuto Piantedosi – prevedeva la possibilità, in accordo con Paesi come la Tunisia, di dispositivi congiunti per la restituzione delle persone che partono e questo sarebbe la piena realizzazione del blocco navale”.

Se a fine agosto Mantovano, fidatissimo sottosegretario di Meloni, aveva incensato il rallentamento dei migranti in arrivo dalla Tunisia, ora la teoria scricchiola e alle prime sferzate da campagna per le Europee giunte dalla Lega si aggiungono i dubbi del Viminale sull’efficacia dell’accordo che rischia di diventare elemento di un gioco politico dall’autunno alle urne.

Al netto delle motivazioni dietro le dichiarazioni del numero uno del Viminale, restano i concetti: ci sono “interrogativi” sulla “capacità e talvolta sulla volontà delle istituzioni tunisine di collaborare”, ha detto a Radio 1 Rai, allontanando allo stesso tempo l’idea salviniana di una “regia” degli sbarchi, e pur sottolineando che “dall’inizio dell’anno hanno recuperato decine di migliaia di persone”. I dubbi sull’efficacia dell’accordo siglato da Meloni con Saïed, insomma, iniziano ad annidarsi anche dentro il Consiglio dei ministri.

Un secondo fronte per Meloni dopo le riserve di metodo e merito espresse dall’Alto Rappresentante Ue per la Politica Estera Josep Borrell, dal servizio giuridico del Consiglio Ue e da alcuni Paesi membri, Germania e Lussemburgo in primis, secondo cui il memorandum con la Tunisia non solo non garantisce il rispetto dei diritti dei migranti ma è stato firmato dal cosiddetto team Europe (von der Leyen, Mark Rutte e la premier italiana) senza l’adeguata partecipazione del Consiglio.

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