Sette atleti russi su territorio italiano per una decina di giorni. Il Governo Meloni, convintamente atlantista nello scacchiere geopolitico internazionale, costretto suo malgrado a concedere il visto per accontentare il Cio, con la mediazione del Coni di Malagò e un pensiero ai Giochi di Milano-Cortina ’26. L’Ucraina indignata, che non accetta concessioni a Mosca e ritira i suoi atleti. La Russia pure furiosa, perché perde inno, bandiera, squadre e i suoi campioni migliori. Tutti scontenti, e anche le gare rovinate perché in diverse discipline tra veti incrociati mancheranno in pedana i migliori. I Mondiali di scherma 2023, più che un grande evento internazionale, saranno un pasticcio sportivo e un mezzo caso diplomatico. Proprio in casa nostra.

Sabato 22 luglio a Milano inizia la kermesse iridata: all’Allianz Mico Fiera Congressi, sotto gli occhi del mondo dello sport e del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, atteso alla cerimonia di inaugurazione, si sfideranno i migliori schermidori del pianeta provenienti da 158 Paesi. Compresi Russia e Ucraina, in un incrocio ad alta tensione: la prima potrà partecipare solo con atleti di secondo piano, i pochi che hanno superato la verifica di “neutralità” imposta dalle regole internazionali; la seconda per tutta risposta boicotterà le gare a cui saranno ammessi quest’ultimi. L’Italia era convinta di ospitare una prestigiosa rassegna, una delle principali dell’estate sportiva insieme ai mondiali di nuoto di Fukuoka, valida anche in chiave qualificazione olimpica, in una disciplina cruciale per il medagliere azzurro, senza dimenticare le ricadute di marketing per Milano e sociali sul territorio. Costo dell’evento 5,6 milioni di euro, tre li ha messi lo Stato a marzo. Invece ne è venuta fuori una rogna: la prima, grande competizione internazionale sotto l’egida delle Federazioni col ritorno in gara dei russi (e dei bielorussi), voluto fortemente dal Cio, osteggiato dai Paesi del blocco occidentale (compresa l’Italia, che aveva firmato col ministro Abodi) e invece alla fine accettato obtorto collo dal Governo Meloni, costretto a concedere il visto a sette atleti russi e bielorussi che saranno su territorio italiano per i prossimi dieci giorni.

Nel tennis i russi già competono regolarmente, ma lì sono professionisti e i tornei privati. Discorso diverso per quanto riguarda le competizioni sotto l’egida del Cio. Lo scorso marzo il Comitato olimpico internazionale, che al momento dell’inizio della guerra si era schierato contro la presenza in gara dei russi, ha cambiato linea: sì alla partecipazione purché neutrale, cioè senza squadre, senza bandiera e nessun collegamento col governo. Una piroetta dettata dagli interessi economici e sportivi in vista dei Giochi di Parigi 2024 in arrivo. Ovviamente l’indicazione non è stata recepita in maniera pacifica. Innanzitutto, perché è difficile applicare il concetto di neutralità ad un sistema sportivo, quello russo, che è molto legato ai gruppi militari (come per altro quello italiano): infatti lo stesso Cio ha indicato l’esclusione degli atleti che appartengono alle forze armate. Ma poi, con o senza paletti, alcuni Paesi e Federazioni proprio non ci stanno: World Aquatics sta studiando la direttiva e infatti ai Mondiali di nuoto a Fukuoka i russi non ci saranno; la Polonia non ha voluto sentir ragioni e non ha concesso visti per gli Europei multidisciplinari. L’Italia e la scherma hanno fatto una scelta diversa.

Pare che il Governo Meloni non fosse per nulla entusiasta di spalancare le porte ai rappresentanti di Mosca. La Federazione internazionale, però, governata fino a ieri dall’oligarca Usmanov, ha subito recepito l’indicazione. E soprattutto per l’Italia, Paese olimpico con i Giochi invernali 2026 all’orizzonte, era difficile mettersi contro il Cio, a maggior ragione vista la posizione di difetto per i ritardi disastrosi di Milano-Cortina, che come rivelato dal Fatto Quotidiano rischia di perdere svariate opere cruciali, dal bob di Cortina all’antidoping a Roma, passando per il PalaSharp di Milano. Il numero 1 del Coni, Giovanni Malagò, storicamente vicino a Thomas Bach oltre che membro Cio, si è speso personalmente per trovare una mediazione, e dopo una riunione a cui hanno partecipato tra gli altri il ministro Abodi e il reggente internazionale della scherma Katsiadakis, il governo ha accettato il compromesso della “partecipazione neutrale”.

Il risultato, però, sportivamente parlando è comunque un pasticcio. Soltanto sette atleti russi hanno superato la verifica incrociata di indipendenza effettuata da una società terza e passata anche al vaglio della Farnesina: sono tutti giovani di secondo piano, con poche velleità di vittoria, perché i migliori sono legati ai gruppi militari. Non ci sarà ad esempio la campionessa Inna Deriglazova, oppure l’olimpionica Sofia Pozdniakova, figlia del presidente del Comitato olimpico russo, Stanislav Pozdnyakov. In compenso, l’Ucraina, che comunque non accetta alcun tipo di concessione a Mosca, ritirerà i suoi rappresentanti dalle gare dove loro saranno presenti. Così per far partecipare per onor di firma le sconosciute Lisina e Smirnova, nella sciabola femminile resterà fuori dalla pedana Olga Kharlan, stella di Kiev. Almeno le gare a squadre, le più importanti nella scherma, sono salve perché lì la Russia è esclusa. I Mondiali possono iniziare, sperando non ci siano altri incidenti diplomatici alla prima stoccata.

Twitter: @lVendemiale

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