di Giorgio De Girolamo

Due anni di assemblea permanente. La più lunga occupazione di una fabbrica nella storia del movimento operaio italiano. Gli operai della ex-Gkn di Campi Bisenzio, uno stabilimento che produceva semiassi per auto a pochi chilometri da Firenze, un pezzo di storia lo hanno indubbiamente già scritto.

Si sono chiusi ieri due giorni di eventi in cui hanno riunito le migliaia di solidali che l’hanno accompagnata in vario modo in questi due anni, che molto le hanno dato e da essa hanno almeno altrettanto ricevuto.

Tra un grande concerto, pranzi sociali e un’azione di solidarietà con i lavoratori in sciopero dei magazzini di Mondo Convenienza, a pochi passi dallo stabilimento, una partecipatissima assemblea con oltre 60 delegati sindacali e attivisti provenienti da Germania, Austria e Svizzera ha positivamente segnato il primo giorno. Molte le esperienze rappresentate: dalle campagne contro Volkswagen e contro la fiera internazionale dell’auto, fino all’importante campagna congiunta tra Fridays For Future Germania e il sindacato Ver.di (il più importante nel settore dei servizi) nel settore del trasporto pubblico.

Tema e obiettivi sempre gli stessi. Da un lato ciò che ha reso più forte la lotta dei lavoratori della ex-Gkn: la capacità di convergere con il movimento per il clima italiano, di riuscire ad andare oltre i tempi della vertenza tentando di superare il logoramento imposto (anche con otto mensilità di stipendi non pagati) da una proprietà irresponsabile. Come? Progettando la propria reindustrializzazione, facendo realtà di una transizione ecologica dal basso da opporre alla transizione dall’alto delle Cop e dei vari, nonché scarsamente democratici, luoghi decisionali internazionali.

Dall’altro l’occasione di estendere questo modo di agire, questa via di democratizzazione della transizione ecologica, oltre i confini e su uno scenario europeo. Passo imprescindibile anche solo pensando alla complessità delle catene produttive di un settore come quello dell’automotive, il cui asse portante è ormai sempre più distante dal nostro paese.

Arriverà il giorno in cui in uno stabilimento, la cui chiusura era stata originariamente imputata da alcuni giornali compiacenti proprio alla transizione ecologica, si produrranno quei pannelli fotovoltaici o quelle cargo bike centrali nella transizione energetica e verso una mobilità e una logistica di prossimità sostenibili. Magari, chissà, con una partecipazione alla struttura proprietaria proprio di quei movimenti sociali, come quello ecologista, che hanno partecipato sul piano soprattutto teorico alla riscoperta di un ambientalismo operaio in Italia. Sarebbe innegabilmente una nicchia, una frattura nel sistema ispirata a una visione ecologica e mutualistica della produzione. Ma è proprio dalle nicchie che si inizia ad erodere l’intero.

Intanto una fabbrica e un territorio continuano a lottare e a insorgere, “per il bene dei nostri figli”. In quella stessa fabbrica, segnale di riconoscimento di una mobilitazione eccezionale, per qualche giorno da mattina a sera si sentiva parlare anche tedesco.

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