Durante la settimana trascorsa a passeggio in Valle di Ayas sono stato sorpreso dalla scarsa portata dell’Évançon, affluente di sinistra della Dora Baltea. In lingua patois valdostana, vuol dire “grande acqua”. Per i più raffinati, “acqua che viene dall’alto dei monti” (éva d’en som). Per i francesi, “l’eau blanche” (acqua bianca) che descrive bene la tipica natura del torrente di ghiacciaio in alta montagna.

Di norma, la portata massima si raggiunge in piena estate grazie alla fusione dei ghiacciai del Monte Rosa; e la minima d’inverno. In primavera, le acque iniziano a scorrere sempre più abbondanti e sempre meno trasparenti per via dei sedimenti. Nei giorni scorsi, però, il flusso nel torrente era così modesto e trasparente come mai lo vidi, in primavera. So che non vuol dire nulla: la memoria umana è fallace, approssimativa, umorale. Per trarre una conclusione razionale, dovrei confrontare il dato di portata odierno con quello del 1976, quando l’Europa patì la più severa siccità del XX secolo. La stessa memoria personale paga poi una pesante lacuna: proprio durante la calda estate del 1976, rinunciai alle Alpi in quanto soldatino della truppa di ricercatori accorsi al capezzale della gravissima crisi idrica genovese.

Le sensazioni non hanno alcun valore scientifico, né vanno lette come un presagio. “Il destino non ci manda araldi. È troppo saggio o troppo crudele per questo” scrive Oscar Wilde nel Ritratto di Dorian Gray. Se i presagi davvero esistessero… tra tutti i sinistri presagi, il più grave, il più infallibile sarebbe però l’ottimismo. In effetti, “i dati più recenti indicano che la neve oggi disponibile in Italia è la stessa che, storicamente, abbiamo nel mese di giugno: in altre parole, entriamo nei mesi nei quali la richiesta di approvvigionamento idrico si fa più importante con due mesi di fusione che probabilmente mancheranno” spiega Francesco Avanzi della Fondazione Cima.

La chiave non è soltanto la quantità dell’acqua che cade dal cielo, ma come cade. La fase solida delle precipitazioni è sempre stata la componente essenziale per l’equilibrio idrico del nostro paese, soprattutto nel bacino padano. Non è una novità. Lo slittamento del rapporto tra precipitazioni solide e liquide veniva indicato già all’inizio degli anni ’90 del secolo scorso come l’effetto più preoccupante del transitorio climatico negli ambienti alpino, prealpino e padano (Burlando, P., Rossi, G. & R. Rosso, L’impatto del cambiamento climatico sul ciclo idrologico e le sue conseguenze su risorse idriche ed estremi idrologici, Ingegneria Ambientale, 20, 1991).

A metà aprile si possono tirare le somme semi-definitive, “chiudendo i conti” sul contenuto idrico del manto nivale, quello che sostiene la portata estiva dei fiumi. Dopo un anno molto avaro, lo scorso 2022, il deficit di quest’anno è ancor più significativo, valutabile nel 64 percento a scala nazionale (vedi Figura 1).

E si tratta di una fotografia ottimistica, perché relativa all’andamento medio degli ultimi 12 anni, non un periodo secolare. La situazione padana è quella più frequentata dai media. Qui, il deficit è più grave di quello dello scorso anno, ma soltanto leggermente (vedi Figura 2).

La persistenza della siccità si fa pagare assai più duramente per gli effetti al suolo, ben descritti dall’Indice Standardizzato Precipitazione-Evapotranspirazione. Il suo andamento mostra la preoccupante profondità della crisi che non solo il bacino padano ma l’intera area mediterranea occidentale sta fronteggiando (vedi Figura 3, dove lo SPEI è traguardato su un orizzonte di quattro anni consecutivi).

La situazione del bacino dell’Adige appare anche più critica di quella del Po, poiché il deficit nivale è assai maggiore di quello dello scorso anno e perfino più grave di quello padano (vedi Figura 4). Se il 2022 era già stato avaro di precipitazioni nevose, l’inverno del 2023 non è stato da meno e la prossima estate 2023 non sarà verosimilmente migliore di quella passata. L’agricoltura, la produzione idroelettrica, gli ecosistemi naturali pagheranno un conto salato, sia per la prolungata anomalia pluviometrica ed evapo-traspirativa a scala sinottica, sia per la dissoluzione della riserva strategica garantita dallo scioglimento nivale.

Nel 2022, il centro Italia era stato parzialmente risparmiato da una crisi idrica profonda come quella padana, anche per via dell’abbondante contributo nivale. Neppure quest’anno la neve è mancata sugli Appennini, ma la rapida e anticipata fusione dovuta ad alte temperature sta facendo mancare l’usuale sostegno ai deflussi. E il deficit del contributo nivale di questo anno meteorologico non sembra trascurabile (vedi Figura 5, relativa al bacino del Tevere). Sugli Appennini cade di norma solo un decimo della neve italiana, ma il suo accumulo e progressivo scioglimento arricchisce le falde che, a loro volta, alimentano i fiumi. Il sostegno nivale ai deflussi tardo-primaverili ed estivi non è affatto insignificante.

Per gli studiosi la traiettoria del transitorio climatico che stiamo sperimentando non segue una traccia inattesa. Non si tratta di un destino cinico e baro frutto di un complotto. Siamo di fronte ad anomalie idrologiche prevedibili, pur non essendo predicibili. Sappiamo che ci saranno, ma non sappiamo esattamente quando s’innescheranno. L’Italia non sarebbe di fronte a un’altra, inevitabile emergenza se avesse iniziato per tempo a porsi seriamente la questione dell’acqua dolce. E se la Commissione Europea avesse promosso l’applicazione di quanto previsto dalla Relazione Seeber di 15 anni fa, invece di dedicarsi con il massimo zelo all’affermazione del liberismo. La relazione fu approvata dal Parlamento Europeo il 22 settembre 2008. Indicava chiaramente come affrontare il problema della carenza idrica e della siccità in Europa.

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