di Pietro Francesco Maria De Sarlo

E così è nato il Comitato per i Lep inventato da Roberto Calderoli e che già nell’acronimo indica una precisa volontà: Clep, come radice di cleptomani. Un buon auspicio per una legge sospettata di togliere a chi ha poco e dare a chi ha tanto. Né può rassicurare il track record di Calderoli, autore del Porcellum; legge elettorale che ci ha inguaiato non poco, salvo essere dichiarata incostituzionale a ‘tempo di record’ dalla Corte nel 2014, ma solo dopo aver votato con quella legge nel 2006, 2008 e 2013.

A capo dei Clep(tomani) c’è Sabino Cassese, quello della costituzione à la carte dove i Dpcm erano un obbrobrio con Giuseppe Conte e una necessità con Mario Draghi. Poi, Giuliano Amato già illuminato autore del pasticcio della riforma del titolo V; Ignazio Visco – che ovviamente avrà molto tempo per partecipare visto che l’incaricuccio di governatore della Banca d’Italia. Poi Franco Gallo, già presidente della Corte proprio mentre questa cincischiava con il porcellum. Poi Violante, Bassanini, Finocchiaro e Severino. Insomma un parterre de roi della Seconda Repubblica che ha già fatto danni quantici al Paese e mi pare giusto sia chiamato a dargli il colpo di grazia.

Ma come faranno questi maghi del latinorum a definire i Lep e soprattutto i relativi costi? E i Lep di riferimento, vista l’assenza di un’oggettiva definizione, quali saranno? Quelli della Calabria o quelli della Lombardia? E saranno sanati gli errori già fatti sui Lea? Ad esempio, si terrà conto delle economie di scala e di scopo, dei tempi occorrenti per raggiungere la fatidica prestazione sanitaria e se si potrà farlo con mezzi pubblici o mettendo mano al portafoglio, dove questi mezzi pubblici sono una Fata Morgana?

Secondo Svimez, per finanziarli servono oltre 100 miliardi. E dove li troviamo? Già oggi i conti pubblici territoriali indicano che la spesa pubblica al Mezzogiorno è di circa 5mila euro anno pro capite in meno rispetto al Nord Ovest, con una correlazione diretta di 0.79 tra la questa e il Pil. Significa che dove c’è maggiore Pil c’è maggiore spesa pubblica pro capite. Quindi ora al Sud pioveranno soldi ad libitum? Che si riequilibrerà almeno la spesa sociale? Le prime cinque regioni in ordine decrescente di spesa sociale, depurata dalla spesa pensionistica, sono: il Lazio, 3.042 euro pro capite, il Trentino Alto Adige, con 2.900, Piemonte, 2.698, Valle D’Aosta, 2.070 e Friuli Venezia Giulia con 1.869 euro. In fondo alla classifica: Sicilia, con 1.492 euro pro capite, Calabria, 1.420, Veneto, 1.365, Puglia, 1.256 e dulcis in fundo la Calabria con 1.227 euro pro capite (dati Inps incrociati con i Cpt).

Ma ecco l’ideona di Raffaele Fitto: utilizzare i fondi strutturali europei. Pazzesco come siano proprio i politici del Sud a farsi beffa del Sud e dei propri elettori! Eccoli lì in prima fila Bardi, Occhiuto, Emiliano e De Luca (i primi due da sempre a fare la ola e i secondi due in funzione delle convenienze). E così che si perpetua l’inganno storico della Cassa per il Mezzogiorno, dei Fondi Strutturali Europei e persino delle royalties petrolifere, perché al Sud ogni soldo bucato speso è sempre intervento straordinario e mai ordinario. Per cui quello che al Nord viene fatto con la tassazione ordinaria al Sud diventa straordinario e tutto l’intervento diventa sempre sostitutivo e mai aggiuntivo alla spesa ordinaria.

Un trucco che ha sempre funzionato dando sempre l’impressione che al sud piovessero quattrini, mentre il nord veniva depredato. Nel 1950 nacque la Cassa per il Mezzogiorno, negli obiettivi finanziare la viabilità rurale. E al Nord come venivano finanziate le stradine di campagna? A parte le autostrade e le ferrovie? Ditemelo per favore! I soldi al sud sono come le mucche ‘da corsa’ che nel film Anni ruggenti venivano spostate da un podere a un altro per mostrarle a Omero Battifiori, modesto assicuratore scambiato per un gerarca fascista, alias Nino Manfredi. I soldi al sud sono come le mucche del film: sempre gli stessi, ma contati più e più volte.

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