Il confronto era previsto nel giro di tre settimane ma, al primo passo dopo l’approvazione in Consiglio dei ministri, l’Autonomia differenziata è già in ritardo. È slittata la Conferenza unificata – alla quale partecipano Stato, Regioni e gli altri enti locali – perché i sindaci hanno chiesto “più tempo” per esprimersi su “argomenti così impattanti per l’assetto istituzionale costitutivo della nostra Repubblica”.

La motivazione è contenuta in una lettera inviata dal presidente dell’Anci e sindaco di Bari, Antonio Decaro, al ministro per gli Affari regionali e le Autonomie, Roberto Calderoli. La richiesta era chiara: far slittare la discussione prevista per oggi, 22 febbraio. E la Conferenza è stata effettivamente rinviata al 2 marzo, sempre che otto giorni in più basteranno all’Anci per esprimersi. In ogni caso, le tre settimane previste nel tortuoso iter del disegno di legge approvato il 2 febbraio sono già diventate quattro. Primo step, primo stop, primo ritardo per l’impianto ideato da Calderoli e approvato in tutta velocità, tra le fanfare della Lega, alla vigilia delle elezioni regionali in Lombardia e Lazio.

“Su argomenti così impattanti per l’assetto istituzionale costitutivo della nostra Repubblica – scrive Decaro -, darsi del tempo è sempre utile non solo per valutare con attenzione e ponderatezza gli effetti che le nuove norme dispiegherebbero sulle nostre comunità e sul territorio, ma per far sì che il parere, ai sensi dell’art. 9, comma 2 del d.lgs del 28 agosto 1997, numero 281, sia reso dopo un processo di ascolto più ampio possibile all’interno della nostra associazione che rappresenta quasi 8 mila sindaci”.

Il presidente dell’Anci sottolinea, anche, che una “accelerazione su un tema così importante e oltremodo divisivo potrebbe portare ad una radicalizzazione di posizioni che finirebbero con non servire al meglio le istituzioni della nostra Repubblica”. Da qui l’invito a coinvolgere “tutti i soggetti istituzionali”, a cominciare dai sindaci. “Non siamo di fronte a un problema di orientamento politico – conclude – o di appartenenza partitica: siamo davanti ad uno snodo istituzionale di grandissimo respiro i cui effetti saranno duraturi nel tempo e che vanno ben oltre il momento contingente”.

La gimcana quindi si fa subito ancor più tortuosa del previsto. Già di per sé più lungo di una riforma costituzionale, che richiede quattro passaggi tra Camera e Senato e altrettanti voti, l’iter del disegno di legge coinvolgerà governo, Parlamento, Conferenza unificata e Regioni in un ping pong complesso che potrebbe scatenare anche il fuoco amico nella maggioranza. Non è un mistero che Forza Italia, in primis, ma anche Fratelli d’Italia, temano che la riforma finisca per penalizzare le regioni del Mezzogiorno, dove entrambi contano un ampio bacino di voti. Non a caso, tra i contrari, si è già schierato il presidente della Regione Sicilia Renato Schifani.

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