Il Ministero delle Finanze sta cercando di risolvere il problema del cosiddetto Superbonus 110% per la ristrutturazione degli immobili a fini di efficentamento energetico, che, come è noto, è sorto a seguito del blocco sancito con il decreto legge n. 11, del 16 febbraio 2023, a seguito della rilevazione nel bilancio dello Stato di un buco da 110 miliardi di euro.

Dai discorsi, riportati dalla stampa, tra il ministro Giorgetti e le categorie interessate sembra che questo provvedimento del governo Meloni sia frutto di una valutazione molto approssimativa e assolutamente non rispondente alla realtà.

Basti pensare che quando si parla di cessione di crediti si parla di agevolazione fiscale per l’esecuzione delle accennate opere, che sono concesse al proprietario dell’immobile, da utilizzare nei prossimi anni, e che sono cedibili a determinate categorie di carattere finanziario ed energetico per ottenere il relativo contante. E che quindi non può parlarsi di erogazione da parte dello Stato, ma solo di mancato gettito futuro.

In realtà è avvenuto che coloro che avevano utilizzato il Superbonus non hanno più trovato acquirenti per i loro diritti di credito, per cui le imprese non sono state pagate pur avendo effettuato il lavoro e avendo utilizzato l’attività di numerosi operai.

Il blocco dei cantieri è avvenuto, se è esatto quanto si rileva dalle notizie di stampa, per il fatto che le categorie indicate come cessionarie dei diritti di credito, e cioè le banche e gli istituti finanziari, si sono rifiutate da un certo punto in poi di acquistare detti crediti fiscali, poiché hanno avuto timore che i crediti ceduti fossero stati gonfiati nonostante i controlli previsti dal decreto legge n.157 del 2021.

Ed è peraltro da aggiungere che una particolarità del provvedimento istitutivo di detti bonus è stata quella di concedere detta agevolazione fiscale anche a coloro che avessero redditi di poca entità e dunque poche tasse da pagare, in modo che l’agevolazione concessa in eccesso alla loro capienza debitoria ha finito per avvantaggiare i debiti fiscali dei cessionari, gonfiando, anche per questo verso, le previsioni di spesa.

Ciò dimostra ancora una volta che non è possibile dare il valore di moneta circolante a titoli di credito le cui sorti dipendano da fatti futuri e incerti, come in realtà è avvenuto.

A mio avviso, tenuto conto che detti crediti fiscali hanno valore solo all’interno del territorio nazionale, sarebbe stato opportuno, ai fini dell’efficentamento energetico, creare una moneta italiana complementare, abilitata a circolare soltanto entro i nostri confini.

Fatto possibilissimo, poiché lo strumento monetario dell’euro è emesso da una banca privata, la Bce, costituita da un insieme di banche centrali private, ed è in sostanza una banconota da non confondere con i biglietti di Stato emessi dal Tesoro sulla base e in esecuzione di ben precisi principi costituzionali.

E si tenga presente che nessuna norma dello statuto della Bce o del Trattato di Maastricht vieta di emettere, limitatamente al proprio territorio, una propria moneta complementare.

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