L’inflazione e il caro vita hanno giocoforza ridotto la propensione al risparmio degli italiani. Dopo quattro anni di costanti aumenti, favoriti dai lockdown, tra luglio e novembre 2022 il saldo totale dei conti correnti delle famiglie è diminuito di quasi 20 miliardi di euro. Le tabelle dell’ultimo bollettino Banche e moneta della Banca d’Italia mostrano un calo dai quasi 1.178 miliardi di luglio ai poco meno di 1.159 del penultimo mese dell’anno, con un crollo di quasi 12 miliardi tra ottobre e novembre. In ottobre l’aumento dei prezzi ha toccato un record del 12% su base annua, seguito dal +11,8% di novembre, quando le bollette del gas per gli utenti ancora in regime di maggior tutela sono tornate ad aumentare (sul mercato libero le tariffe possono invece essere riviste al rialzo al momento della scadenza del contratto a prezzo bloccato). Questo mentre i salari restano al palo: su 208 contratti collettivi di lavoro firmati da Cgil-Cisl-Uil, che coprono il 97% dei lavoratori, 91 sono in attesa di rinnovo. E in ogni caso il parametro utilizzato per calcolare gli aumenti salariali – l’indice Ipca depurato dai prezzi energetici – non consente di tutelare il potere d’acquisto perso a causa dell’esplosione dei costi dell’energia in seguito alla guerra in Ucraina.

La vistosa inversione di tendenza sulla capacità di accumulo dei correntisti è stata analizzata in uno studio della Federazione automa bancari italiani (Fabi) che sottolinea come arrivi dopo un lungo periodo di incremento dei saldi dei depositi bancari: a fine 2017 l’ammontare complessivo era a quota 967 miliardi, a fine 2018 a quota 990 miliardi (+23 miliardi), a fine 2019 a 1.044 miliardi (+54 miliardi), a fine 2020 a 1.110 miliardi (+66 miliardi) e a fine 2021 a 1.144 miliardi (+34).

Nei primi sette mesi del 2022 l’accumulo è continuato e la liquidità ha quasi sfiorato i 1.180 miliardi di euro, “con una crescita – seppur più lenta rispetto al passato – dello 0,9% da inizio anno”, nota la Fabi. Ma “i dati dei quattro mesi successivi confermano i timori, ormai accertati, di un crollo di potere di acquisto che costringe gli italiani ad attingere alle loro riserve per far fronte ai maggiori costi”. La conferma della situazione di difficoltà arriva anche dall’andamento dei debiti delle famiglie: aumentano i prestiti per il consumo mentre tengono i finanziamenti a scopo personale. A novembre l’ammontare complessivo si è attestato a 256 miliardi, in crescita dell’1,5% rispetto a gennaio. “Non sono certamente i bassi tassi di interesse a spingere le richieste”, nota la Fabi, “ma piuttosto la crescente propensione a rateizzare gli acquisti, che rende contradditorio il rapporto che gli italiani hanno con economia e risparmio. Il senso di incertezza e paura di coloro che non rinunciano alla liquidità e neanche alle spese hanno fatto volare non solo i depositi liquidi, ma anche i prestiti”.

Negli ultimi cinque anni si è registrato un aumento dei prestiti finalizzati all’acquisto di beni e servizi per 21,1 miliardi (+22,2%) che ha più che controbilanciato la riduzione registrata sul versante dei prestiti finalizzati a spese personali, diminuiti di 17,9 miliardi (-11,3%) nello stesso arco temporale. Il rischio, se la tendenza continua, è che la sostenibilità finanziaria delle famiglie italiane tradizionalmente affezionate al risparmio traballi. Con conseguenze sociali “preoccupanti per quelle famiglie il cui ricorso al credito è già lo strumento per far fronte alle spese di istruzione, spesa, viaggi, sport, bollette”,

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