Dopo aver devastato coste e paesaggi del fu-Bel Paese grazie alla cementificazione selvaggia, l’italica corporazione politica (soprattutto regionale) incominciò a ricercare nuovi territorio da destinare al saccheggio. Una scelta obbligata: la sanità, ossia la prima voce nel bilancio di tutti gli Enti regionali. Operazione realizzata attraverso la svendita ai privati dei servizi più remunerativi e poi – man mano – la cessione a gruppi imprenditorial/speculativi di interi ospedali e policlinici. Il tutto favorito dal mood neoliberista, molto Scuola di Chicago della privatizzazione come panacea universale, predicata dagli invasati allievi di Milton Friedman, che qui da noi trovò terreno fertile prima di tutto nel luogo più esposto all’ideologia della semplificazione: la Lombardia; già nel 1995 con la presidenza di Roberto Formigoni, poi finito in carcere per affarismo sanitario. Non senza – però – aver fatto scuola, mostrando a politici e altri spregiudicati la via maestra per facili guadagni.

E chissenefrega se questo ignobile mercato faceva terra bruciata della sanità pubblica e strame della salute dei cittadini, a partire dall’epicentro milanese; come i picchi di inefficienza mortale in piena pandemia da Covid hanno tragicamente certificato. E tutti i buoni propositi di inversione della tendenza, manifestati in quel biennio, sono stati rapidamente accantonati. Ora la presa sul business salute non accenna a ridursi, soltanto va rinnovando l’apparato comunicativo con cui turlupinare la pubblica opinione. Difatti da qualche tempo assistiamo al rinnovamento lessicale del messaggio, che al solito tende ad avvalorare il ritiro dello Stato dall’area della salute come una scelta imposta dall’evoluzione tecnologica: tutto l’abracadabra illusionistico da tecno-credente (sensori, cloud computing, big data, robot con la faccetta buffa) come scorciatoia per eliminare la qualità umana nella relazione di cura.

La riproposizione degli stessi marchingegni presunti risolutivi che negli anni scorsi caratterizzavano le ricette mistificatorie per sostituire il lavoro vivo con quello morto quale parodia dell’efficienza aziendale (dopo la stagione dei decentramenti produttivi nel Terzo/Quarto mondo). Il disegno labour saving e le sue decimazioni selvagge, i cui effetti si sono rivelati disastrosi (deindustrializzazione, dipendenza dai fornitori esteri perfino per le mascherine Covid, disoccupazione crescente, passaggio dallo sfruttamento all’esclusione). Il tutto sintetizzato dai numeri fatali che tanto piacevano al modernista alla vaccinara, il ministro Carlo Calenda: 4.0.

Difatti ora gli apprendisti stregoni avidi parlano di sanità 4.0, in un’apoteosi di fumisteria sotto forma di effetti speciali. Supremo tocco up-to-date, la comparsa dell’aggettivo misterico “computazionale”. Scrive un house organ di Confindustria, propinandoci la meraviglia del progetto per il primo centro nazionale di medicina computazionale e tecnologica: “finalizzato al trasferimento sulla clinica dei risultati della ricerca generati dall’applicazione del calcolo computazionale ai modelli biologici e ai programmi di gestione delle tecnologie robotiche, nonché al loro successivo sviluppo nella fase prototipale in partenariato con attori del settore”.

Alzi la mano chi ritiene di aver capito cosa voglia dire questa insalatona di slang futuribile. Computazionale in quanto computazionale? Ossia l’attività rivolta al calcolo, a partire dall’uso del pallottoliere. Da quando il termine viene associato alla star presenzialista del momento – i Big Data, che hanno sostituito il “networking” nel ranking del luogo comune fanta-epocale – ci si riferisce alla capacità sintattica dell’Intelligenza Artificiale di elaborare catene di tassonomie processando informazioni. Niente di più. E uno dei massimi studiosi dell’infosfera – il docente oxfordiano Luciano Floridi – ci spiega che la strombazzata I.A. non è poi così intelligente, visto che zoppica in semantica: la comprensione del significato, cioè l’individuazione della causa. Quanto deve assicurare una buona diagnostica.

Al massimo la medicina computazionale può standardizzare gli approcci alla cura nella logica dei grandi numeri, tanto apprezzati dal business. Ma è anche un’ulteriore contributo alla disumanizzazione in atto, al tempo della mercificazione del vivente; magari affidata alla natura sociopatica di un calcolatore tipo Hal 9000. Come in “2001 Odissea nello spazio” di Stanley Kubrick.

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