Bisogna tenere a mente una fotografia, per capire questa storia: è il 14 di novembre e ai piedi del Monte Lussari ci sono il direttore del Giro d’Italia, Mauro Vegni, e il figlio di Enzo Cainero, Andrea, che guida il Comitato di tappa. Con loro – e non è un dettaglio da poco – c’è anche il direttore della Protezione civile del Friuli-Venezia Giulia, Amedeo Aristei. Stanno facendo un sopralluogo – con giornalisti e tv al seguito – lungo la strada di otto chilometri, appena cementata, che porta in cima al santuario. Da una parte, dunque, i vertici della Corsa Rosa; dall’altra il rappresentante della Protezione civile. Perché è così importante la presenza di quest’ultimo? Perché Massimiliano Fedriga e la sua Giunta hanno venduto l’operazione Lussari come una sorta di intervento di messa in sicurezza – da qui il ricorso alla Protezione civile – del monte. Ma la verità sta nello scatto di quella giornata di metà novembre: le strette di mano e i sorrisi tra chi ha gestito l’operazione e chi organizza il Giro. In altre parole: i lavori sono stati portati a termine, di proposito, prima della presentazione della corsa del 2023, per ottenere l’assegnazione della tappa, e prima dell’arrivo della neve. Il Lussari, dunque, è pronto per ospitare la carovana rosa. Si festeggia, mancano solo i ciclisti. Tutto perfetto? No. Ecco perché.

IL “CARROZZONE” NEL BORGO ANTICO – L’inventore degli arrivi sullo Zoncolan, il già citato Enzo Cainero, sognava da tempo di portare la maglia rosa quassù, a quasi 1800 metri sul livello del mare; sognava, cioè, di portare 150 ciclisti, altrettante moto (se non di più) e decine di migliaia di tifosi (italiani, sloveni e austriaci) in un borgo incantato, nella conca tarvisiana, da cui, a 360 gradi, si ammirano le alture del Mangart e del Jof di Montasio. Il monte è famoso in tutto il mondo per il santuario del XVI secolo che domina il villaggio: meta, ogni anno, di migliaia di pellegrini, costituisce la tappa finale del “cammino Celeste”, che parte da Aquileia. Il Lussari è servito da una telecabina (sia per la stagione estiva sia per quella invernale, con le piste da sci) e da una strada forestale, sterrata, ricavata da un antico percorso militare. E proprio questa strada, ora cementata, sarà la protagonista – sportiva – di quella che si preannuncia essere la tappa clou (la penultima, il 27 maggio, prima della “passerella” a Roma) del Giro d’Italia. Una cronoscalata di 18 chilometri complessivi con il “muro”, che parte dal ponte sul rio Saisera, di 7,8 chilometri con una pendenza media dell’11,8% (e punte del 20%). Gli operai hanno lavorato alacremente – sabati compresi – per terminare i lavori prima dell’inverno. La Regione Friuli ha stanziato inizialmente un milione di euro, poi altri soldi sono arrivati dal fondo Vaia (quello che servirebbe per mettere in sicurezza il Triveneto). A ilFattoQuotidiano.it risulta che complessivamente Fedriga abbia messo a bilancio 3 milioni 125mila euro.

I RISCHI: FIUMI DI ACQUA E SMOTTAMENTI – Il problema, però, è che di messa in sicurezza, l’operazione, ha davvero poco. A denunciarlo sono diverse associazioni (Wwf, Fiab, Italia Nostra, Legambiente, Mountain Wilderness), che nei mesi scorsi hanno lanciato una petizione per spiegare le loro ragioni. Al di là dell’impatto estetico della strada, che irrompe tra abeti rossi e larici, ci sono altre criticità. “Prima che la strada venisse cementata – spiega Marco Lepre di Legambiente – c’erano canalette e guadi necessari per il deflusso dell’acqua. Ebbene, le circa 90 canalette presenti sono state ricoperte da lamine di metallo, fissate con bulloni, e i guadi sono stati livellati e coperti di cemento. Hanno spacciato l’intervento col fine di rendere più sicura la viabilità e più facile lo scarico dell’acqua, ma succederà l’esatto opposto. La funzionalità di queste opere è già compromessa e ora il versante corre dei rischi. Il tracciato, infatti, incrocia alcuni ghiaioni, c’è il pericolo che si creino smottamenti e, lungo la strada, fiumi di detriti e fango”. Legambiente ha svolto una serie di sopralluoghi con geologi e ingegneri. Non solo: ha chiesto al Comune di Tarvisio se, dal 2011 a oggi, siano state emesse ordinanze di chiusura della strada forestale a seguito di frane o per altri pericoli per capire, in pratica, se l’intervento sulla strada fosse giustificabile. Il Comune, tuttavia, non ha mai risposto.

M5S: “VIOLENZA INDEGNA” – Sulle canaline di scolo, peraltro, si è aperta un’ulteriore polemica. Il vicepresidente del Consiglio, Stefano Mazzolini, ha proposto di ricoprirle con carta catramata con il logo “Io sono Fvg”. L’ipotesi è che i bulloni che fissano le lamine di metallo non abbiano convinto gli organizzatori del Giro, perché ritenuti pericolosi per le forature. Da qui la proposta del consigliere leghista. “Il santuario è l’ultima tappa di un cammino che ha un grande significato religioso – commenta il capogruppo del M5s, Mauro Capozzella – e l’idea che vi arrivi il Giro d’Italia, che si cementi una strada, da sempre percorsa a piedi, è una violenza indegna. Vogliono violare un angolo di Paradiso, e portarvi un circo. Peraltro il Lussari è già sfruttato con la cabinovia. Ed è già celebre. Sarà lui a dare lustro al Giro, e non il contrario, come vogliono far credere”.

Twitter: @albmarzocchi
Mail: a.marzocchi@ilfattoquotidiano.itc

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