Nella politica Usa, la si definisce la “October surprise”. È quella particolare “sorpresa” che esplode a Washington poco prima di un’elezione, rischiando di condizionarne l’esito. Può trattarsi di uno scandalo politico, come avvenne nel 2016, quando a 11 giorni dalle elezioni il capo della Cia James Comey annunciò la riapertura dell’inchiesta sulle mail di Hillary Clinton. Può avere a che fare con una vicenda privata, come quando nel 2020 la campagna del candidato democratico al Senato per il North Carolina, Cal Cunningham, venne travolta dalle rivelazioni su una sua relazione extra-coniugale. O può coinvolgere le sorti internazionali del Paese, come nel 1980, quando sembrò che Jimmy Carter riuscisse a salvare la sua rielezione con la liberazione degli ostaggi americani in Iran (che poi non ci fu, Carter subì un’umiliante sconfitta a opera di Ronald Reagan).

Quest’anno, la definizione “sorpresa d’ottobre” non significa però quasi nulla. Nel senso che queste elezioni di midterm – si vota l’8 novembre – sono da mesi segnate da una serie di colpi di scena, ribaltamenti di fortune, folgoranti debutti e ancor più rapide cadute, da rendere del tutto indifferente l’arrivo della classica “sorpresa d’ottobre”. Le montagne russe della politica americana durano da mesi e rendono queste elezioni di medio termine le più incerte e combattute degli ultimi decenni. Storicamente, il partito che controlla Casa Bianca e Congresso va incontro a una sconfitta, più o meno larga, alle elezioni di midterm. Successe a Bill Clinton, a George W. Bush, a Barack Obama e a Donald Trump. Potrebbe succedere anche quest’anno con Joe Biden, un presidente con indici di popolarità molto bassi e una lista di successi politici non certo esaltanti. Ma il condizionale è d’obbligo. Perché una serie di variabili – diverse tra loro, interne, internazionali, economiche e giudiziarie – rendono l’esito di queste elezioni di difficilissima previsione. Vediamo alcune di queste variabili in attesa di nuove, possibili “sorprese d’ottobre”.

I TEMI – I temi che hanno dominato sinora la campagna sono sostanzialmente quattro: inflazione ed economia; aborto; crimine; immigrazione. Per mesi, i repubblicani hanno fatto dell’aumento galoppante dei prezzi il tema centrale della battaglia elettorale. Il contesto generale sembrava alimentare le loro speranze. L’amministrazione Biden brancolava tra un tentativo fallito e l’altro, incapace di bloccare la spirale dell’inflazione. Il prezzo della benzina a giugno superava in molti Stati i cinque dollari al gallone. L’agenda politica di Biden, bloccata dal Congresso riottoso, si squagliava come neve al sole. Erano le condizioni perfette per il trionfo repubblicano nel medio termine. Il 24 giugno la politica e la società Usa sono però state travolte da qualcosa di paragonabile a un terremoto. La Corte Suprema ha cancellato la Roe v. Wade, il diritto all’aborto a livello federale. La sentenza ha scatenato un’onda di emozione, proteste, paure come raramente è accaduto nell’America degli ultimi anni. I democratici hanno rapidamente approfittato del tumulto generale per ergersi a difensori dei diritti riproduttivi e dipingere i repubblicani come una minaccia alle libertà degli americani.

Da giugno, ovviamente, le passioni si sono placate. I repubblicani hanno cercato di mettere la sordina alla sentenza sull’aborto introducendo altri temi di polemica politica. I governatori del Sud – Ron DeSantis della Florida, Greg Abbott del Texas, Doug Ducey dell’Arizona – hanno stipato aerei e bus di migranti illegali e li hanno mandati nelle città liberal del Nord e davanti alla casa di Washington di Kamala Harris. L’iniziativa non sembra aver smosso particolari consensi a livello nazionale a favore dei repubblicani; l’uso cinico di donne e bambini migranti potrebbe anzi aver nuociuto ai governatori. Più produttiva a livello elettorale potrebbe alla fine risultare l’allerta criminalità che i conservatori hanno lanciato in alcuni Stati, tra questi soprattutto Wisconsin e Pennsylvania. La crescita degli omicidi e degli scontri a fuoco in città governate dai democratici come Milwaukee, Filadelfia e Pittsburgh danno ai repubblicani nuove speranze sia nelle sfide per il Congresso che per quelle da governatore.

Il quadro sin qui descritto, così mosso e articolato quanto a tempi e situazioni locali, si arricchisce nelle prossime settimane di ulteriori elementi. Per esempio: Joe Biden è riuscito a risollevarsi dai bassissimi indici di popolarità dei mesi scorsi. Il suo gradimento resta molto basso, poco più del 40 per cento, ma il presidente Usa è comunque riuscito a far approvare una popolarissima legge che calmiera il prezzo dei medicinali e, nel frattempo, il prezzo della benzina è sceso. Le recenti decisioni di OPEC+ potrebbero però portare a un nuovo balzo dei prezzi proprio in coincidenza con le elezioni; cosa che equivarrebbe a un disastro per le speranze democratiche. Per quanto riguarda i repubblicani, bisogna invece capire quanto la sentenza della Corte Suprema abbia esaurito la sua forza dirompente oppure continui a covare nel profondo degli elettori, soprattutto delle elettrici, in particolare delle elettrici dei sobborghi urbani, il gruppo elettorale più contendibile e conteso a novembre. Se la ferita prodotta dalla sentenza resta aperta, per i repubblicani si mette male. Se altri temi prendono il sopravvento, per esempio inflazione e criminalità, si mette male per i democratici. Senza contare, come ha fatto notare in un pezzo per il “Guardian” Bernie Sanders, che “i democratici non dovrebbero solo concentrarsi sull’aborto, in vista del midterm”, ma dovrebbero piuttosto insistere su un’agenda pro-lavoratori. Ad ogni modo, per quanto possa valere a più di tre settimane dal voto, buona parte dei sondaggi dà oggi la parità – 50 a 50 – tra democratici e repubblicani al Senato; e un lieve vantaggio repubblicano alla Camera.

DONALD TRUMP – Manco a dirlo, c’è ancora lui a turbare ed esaltare la politica Usa. Molti repubblicani a Washington avrebbero probabilmente preferito che l’ex presidente per una volta se ne stesse fuori dalla battaglia politica, ma così non è stato. Da un lato, Trump è riuscito a imporre propri candidati in sfide chiave del prossimo novembre. Per alcuni, il legame con Trump è stato e continua a essere vitale. Per esempio, Kari Lake e Tudor Dixon, candidati repubblicani alla carica di governatore di Arizona e Michigan, hanno accolto con entusiasmo l’appoggio di Trump e la sua capacità di riscaldare e motivare base repubblicana. Altri sono stati più tiepidi. Il “New York Times” il mese scorso raccontava che Trump si era auto-invitato ai comizi elettorali di Mehmet Oz e JD Vance in Pennsylvania e Ohio. Ancor più significativo un altro fatto. Trump è riuscito a piazzare propri candidati per le cariche di segretario di stato in diversi “battleground states”. Il segretario di stato è colui che presiede alla regolarità delle operazioni di voto, avere propri uomini a ricoprire quella carica, in Stati dove l’esito elettorale è di solito incerto, potrebbe essere determinante nel caso Trump pensasse a una ricandidatura nel 2024. Emblematica, da questo punto di vista, la candidatura come segretario di stato in Nevada di Jim Marchant, un trumpiano che si propone di riportare il suo presidente alla Casa Bianca nel 2024.

Trump è stato però presente in questa tornata elettorale anche per un’altra ragione: le vicissitudini giudiziarie. L’inchiesta a New York sulle finanze della Trump Organization e quella dell’FBI sui documenti top secret trafugati alla Casa Bianca e portati a Mar-a-Lago sono esplose nel momento in cui la campagna entrava nel vivo. Trump ha reagito accusando i suoi nemici di “caccia alle streghe”. Per molti repubblicani si è trattato di una inopportuna distrazione rispetto a una campagna che volevano centrata soprattutto su economia e lavoro. I democratici ne hanno subito approfittato per sventolare ancora una volta lo spettro di un ritorno del presidente più temuto e detestato. In un modo o nell’altro, senza essere candidato, Trump è diventato quindi protagonista anche di questa campagna. La domanda a questo punto è: la sua incombente presenza consolida più la base repubblicana o alimenta la partecipazione al voto di quella democratica e progressista?

LA QUALITA’ DEI CANDIDATIMitch McConnell, il leader repubblicano del Senato, si è recentemente lamentato della “qualità” di alcuni dei candidati del suo partito, ciò che metterebbe a rischio la conquista della maggioranza al Senato stesso. In effetti, i repubblicani potrebbero aver sbagliato le loro scelte in alcuni collegi fondamentali. In qualche caso si tratta di candidati troppo radicali, espressione del MAGA trumpiano che fa fatica ad attecchire presso l’elettorato più moderato. In altri casi è proprio il candidato a rivelare aspetti che lo rendono difficilmente eleggibile. È il caso per esempio di Herschel Walker, una ex star del football scelto come candidato del GOP in Georgia. Walker ha fatto campagna come paladino dei cristiani conservatori, fino a quando non è saltata fuori una ex fidanzata che lo accusa di averle pagato un aborto nel 2009. Il seggio al Senato della Georgia, che sembrava vicino a una riconquista repubblicana, si allontana. Discorso simile va fatto per il New Hampshire, dove la democratica Maggie Hassam pareva quest’anno battibile, in presenza di una buona alternativa. Ma i repubblicani dello Stato hanno scelto Donald Bolduc, un ex generale convertito al trumpismo. Bolduc ha dapprima abbracciato le teorie cospiratorie di Trump, poi ha detto che Joe Biden è il presidente legittimo, poi ancora che “non ha elementi per dire chi ha vinto nel 2020”. Non esattamente il candidato ideale per riprendersi il Senato. Ma l’esempio forse più clamoroso di candidato sbagliato è quello scelto dai repubblicani per la carica di governatore della Pennsylvania, altro “swing state”, Stato in bilico che i repubblicani avrebbero potuto riconquistare. La scelta del GOP è caduta su Doug Mastriano, anche lui un ex militare trumpiano che sta infarcendo la sua campagna elettorale di attacchi antisemiti contro il rivale democratico Josh Shapiro. Mastriano, un cattolico fondamentalista che non crede alla separazione tra Stato e Chiesa, ha tra l’altro preso soldi per la sua campagna da GAB, un social media che ospita spesso tirate antisemite. Non sembra davvero essere il candidato ideale in uno Stato dove, nel 2018, in una sinagoga di Pittsburgh, ci fu il più grave attacco agli ebrei nella storia degli Stati Uniti.

LA GUERRA IN UCRAINA – Le elezioni di midterm sono, da sempre, dominate dai temi interni. È stato così anche questa volta, con la guerra in Ucraina che è emersa quasi esclusivamente per gli effetti prodotti sul prezzo della benzina. L’esito delle elezioni potrebbe però avere conseguenze importanti sulla conduzione della guerra da parte dell’amministrazione Biden, soprattutto nel caso di una riconquista repubblicana del Congresso. Sinora, i repubblicani di Camera e Senato hanno approvato a grandissima maggioranza la linea delle sanzioni e della fornitura di armi all’Ucraina. Anzi, sono stati spesso gli stessi repubblicani ad accusare Biden di eccessiva timidezza nell’invio di armi. Hanno dichiarato i membri repubblicani della Commissione Forze Armate della Camera, dopo gli attacchi missilistici russi delle ultime ore: “La distruzione a Kiev è terribile. Gli alleati e i partner devono fornire all’Ucraina i missili di difesa e le armi a lungo raggio che essa chiede”. Fosse stato per i repubblicani, quindi, le truppe ucraine avrebbero già ricevuto i sistemi missilistici multipli a lunga gittata (sino a 300 km) che Zelensky chiede da mesi e che Biden si è sempre rifiutato di fornire, nel timore che possano essere usati per attacchi dentro i confini russi. Tutti i principali esponenti del partito, da Mitch McConnell a Lindsay Graham, hanno dunque sostenuto la linea del totale appoggio a Kyev, chiedendo anzi a Biden di non cadere nel “bluff atomico” di Vladimir Putin. L’ex vice-presidente Mike Pence si è in particolare scagliato contro quelli che nel suo partito non seguono la linea più interventista e a marzo ha anche visitato la frontiera tra Ucraina e Polonia. Negli ultimi giorni è però intervenuto un fatto nuovo, anche questo originato da un’uscita di Donald Trump. A un rally in Arizona, l’ex presidente ha chiesto “negoziati immediati… prima di precipitare in una terza guerra mondiale”. Nel passato Trump aveva più volte detto che, con lui alla Casa Bianca, “Putin non avrebbe mai invaso l’Ucraina”. Quello dell’Arizona è però un passo ulteriore, che si pone in diretta contrapposizione con la posizione di netta chiusura ai negoziati dell’amministrazione e dello stesso partito repubblicano. È escluso che le dichiarazioni di Trump possano avere qualche effetto nell’immediato. Ma le cose potrebbero cambiare nel caso i repubblicani prevalessero al midterm. A maggio cinquantasette deputati repubblicani hanno votato contro la legge di stanziamento da 40 miliardi di dollari in aiuti all’Ucraina – contestando, per l’appunto, l’enormità della cifra e le ricadute sul bilancio Usa. Quella pattuglia di “riottosi” potrebbe crescere, se i repubblicani portassero a termine la loro operazione di riconquista del Congresso.

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