Scioperare per il clima serve davvero a qualcosa? A quattro anni dalla nascita di Fridays for future – il movimento globale fondato da Greta Thunberg nel 2019 – e dopo quasi mezzo secolo di attivismo ambientale, le azioni dei governi per ridurre le emissioni di gas serra ed evitare l’innalzamento delle temperature globali sopra gli 1,5 gradi sono ancora molto timidi. Gli sforzi del mondo ecologista però non sono stati inutili, sia a livello di sensibilizzazione, sia del raggiungimento di obiettivi concreti. A dirlo sono i dati. Secondo una ricerca pubblicata sulla rivista scientifica Elsevie, più del 60% della popolazione in diversi paesi europeo ha cambiato opinione sulla necessità di tutelare il clima, proprio grazie a cortei e proteste in piazza. In Italia la quota supera il 70%. Nel 2019, afferma un altro studio su Enviromental research science, almeno un terzo delle azioni e dei sit dei diversi gruppi ambientalisti ha contribuito a fermare o a mettere in discussione progetti per la realizzazione di impianti fossili. Risultati che però non tengono conto del recente riavvio della corsa al fossile, in barba alla transizione, con l’alibi della crisi energetica aggravata dall’invasione russa dell’Ucraina.

Tra i principali meriti di Fridays, Extinction Rebellion, Greenpeace e degli altri movimenti più istituzionali, secondo Lily Paulson e Milena Büchs, c’è il “cambio di narrativa” e la “diffusione di valore ambientali e collettivistici”. Le due autrici dello studio su Elsevie (Public acceptance of post-growth: Factors and implications for post-growth strategy) hanno realizzato un’analisi sul sostegno della popolazione a una transizione verso un’economia sostenibile, in senso ambientale e sociale (post-growth), in 34 Paesi europei. In tutti almeno il 60,5% degli intervistati si è mostrato favorevole a queste istanze. Quelli con le percentuali più alte, tra cui l’Italia, hanno esperienze radicate di attivismo o disobbedienza civile.

L’identikit dell’ecologista, secondo lo studio, in più del 70% dei casi, è “individuo di alto reddito, alta istruzione, lavoro dipendente o autonomo e orientamento politici di sinistra”. Però “la preoccupazione per l’ambiente da sola non è sufficiente – affermano Paulson e Büchs – La questione è inevitabilmente connessa alla giustizia sociale”. Su questo punto però c’è ancora molto da lavorare: dalle interviste qualitative realizzate per la ricerca, emerge che anche coloro che hanno uno status economico più elevato (e che quindi dovrebbero avere maggiore sensibilità verso la crisi climatica) faticano a vedere la transizione ecologica come strumento per ridurre le disparità economiche.

La percentuale di intervistati a favore della tutela del clima scende al 57% tra i meno abbienti. Proprio in questa fascia si trova però lo zoccolo duro dell’attivismo ambientale. Per un’altra ricerca infatti (Movements shaping climate futures: A systematic mapping of protests against fossil fuel and low-carbon energy projects) è questa la fascia che compie le azioni più incisive a difesa di territori ed ecosistemi. Tra questi l’occupazione delle centrali, il blocco dei percorsi degli oleodotti o i sit in davanti alle grandi aziende. Gli autori hanno studiato diversi movimenti in tutto il mondo, tra i quali le grandi organizzazioni come Fridays o 360.org, per capire, in maniera più concreta, gli effetti delle loro proteste nel fermare progetti per estrarre combustibili fossili o costruire impianti eolici, solari o idroelettrici con impatti negativi sulla natura e sul paesaggio. Su 649 campagne analizzate dal 2015, almeno un terzo ha avuto gli effetti sperati, con ritardi o costi aggiuntivi per le compagnie inquinanti. Nel 16% dei casi gli investimenti per il progetto sono stati cancellati. In un altro 12% sono stati sospesi, ma solo temporaneamente. Invece per il 17% dei giacimenti di petrolio o gas le compagnie hanno dovuto rivedere la loro analisi di impatto ambientale.

Le azioni che hanno più successo sono state quelle contro il nucleare o le centrali a carbone nelle periferie delle città. La maggior parte (71%) delle lotte però non vede come protagonisti i giovani che siamo abituati a vedere sempre più spesso in piazza. Si combatte ancora nelle zone rurali, dove gli effetti del cambiamento climatico sono più evidenti. Il 67% degli attivisti appartiene a comunità indigene. Nonostante rappresentino solo il 3% della popolazione mondiale, sono quelli che subiscono più spesso allontanamenti o espropriazioni sia per la costruzione di impianti fossili, ma anche per le misure e i progetti energetici messi in campo dai Paesi più ricchi per mitigare le loro stesse emissioni. A loro le organizzazioni internazionali possono offrire principalmente supporto esterno, oltre a continuare a sensibilizzare l’opinione pubblica sui temi di giustizia climatica e giustizia sociale.

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