“Ho riso e pianto. Fino all’ultimo giorno. Ho amato e mi è stato permesso di sentire cos’ è il vero amore. Ora me ne vado in pace. Sappiate che mi mancate già”. E’ l’ultimo messaggio affidato ai social network da Shanti De Corte, a destra nella foto che pubblichiamo dalla sua pagina Facebook. La 23enne di Anversa (Belgio) ha chiesto e ottenuto lo scorso maggio l’eutanasia per l’insopportabile sofferenza psichiatrica sviluppata dopo l’attentato dell’Isis il 22 marzo 2016, quando l’allora 17enne era in gita con la scuola, pronta a partire per l’Italia dall’aeroporto di Bruxelles. D’improvviso, le esplosioni, che quel giorno fecero 32 morti e centinaia di feriti. Una strage che non ha smesso di causare dolore e che sei anni dopo si porta via un’altra vita.

La ragazza se n’è andata il 7 maggio scorso, ma la sua scelta è stata resa nota solo in seguito, quando la madre ha raccontato la storia a un’emittente belga. Una storia di ricoveri in reparti psichiatrici, della grave depressione curata quotidianamente con molti farmaci, tanti che la stessa Shanti confessava sui social di sentirsi “come un fantasma che non sente più niente”. E aggiungeva: “Forse ci sono altre soluzioni oltre ai farmaci”. Disturbi da stress post traumatico, si chiamano. Nel suo caso le hanno rubato l’esistenza, portandola a tentare il suicidio per due volte. Poi l’idea di mettersi in contatto con un’organizzazione di sostegno alle persone che cercano una “morte dignitosa”, un percorso legale in Belgio, ma nei casi come il suo in Europa la procedura è legale solo in Olanda e Lussemburgo. La sua richiesta di eutanasia è stata accolta dalla commissione federale per il controllo e la valutazione dell’eutanasia con il parere favorevole di due psichiatri.

Ma l’eutanasia di una ragazza così giovane non poteva non destare polemiche nell’opinione pubblica. E un’indagine è stata avviata dai magistrati di Anversa in seguito alla denuncia di un neurologo dell’ospedale Brugman di Bruxelles convinto che la decisione di concedere l’eutanasia fosse prematura. In linea anche il parere del neurologo Paul Deltenre, certo che ci fossero altre possibili terapie disponibili per la ragazza, strade non ancora tentate. Nel riportare la notizia, il quotidiano La Stampa ha citato Primo Levi, lo scrittore superstite dell’Olocausto che nel 1987 si tolse la vita. “Ne ‘I sommersi e i salvati‘ ci ha lasciato la testimonianza più credibile di quello che passa per la testa di un sopravvissuto. Chi si è salvato vive con il senso di colpa di essere al posto di qualcun altro e nel sospetto di non meritarlo. «Hai vergogna perché sei vivo al posto di un altro? E in specie di un uomo più generoso, più sensibile, più savio, più utile, più degno di vivere di te? Non lo puoi escludere è una supposizione, ma rode; si è annidata profonda, come un tarlo; non si vede dal di fuori, ma rode e stride»”.

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