Non finisce mai di stupire Michele Serra, intellettuale engagé e anima di sinistra del giornale di John Elkann. Il suo recente articolo (“La lunga strada che attende il Pd dopo il voto”, 27-9) merita una riflessione. Il testo dice di un atteggiamento diffuso tra molti intellettuali, e va analizzato per il suo significato generale: per essere, diciamo così, la testimonianza più chiara del tradimento dei chierici.

Insomma, da anni Serra, sdraiato comodamente sull’amaca, spara sul populismo, i 5Stelle, Conte, e difende il Pd. Libero di farlo. Ci mancherebbe. E libero di scrivere quel che vuole. Tranne una cosa: stendere oggi, dopo la sconfitta dei dem, l’articolo che avrebbe dovuto scrivere anni fa, quando attaccava la genia dei populisti e lodava “le magnifiche sorti e progressive” del Pd che marciava, in verità, verso la catastrofe. Andava detto prima che “il populismo è figlio anche dell’elitarismo”, che “questo grande sommovimento” è detto “populista ma (dimentichiamo spesso) è anche popolare.” Dimentica. Capita di abbioccarsi, sull’amaca. E di vedere solo oggi i danni “della lunga stagione – da Napolitano in poi – dei governi tecnici, delle manovre di vertice, del Palazzo contrapposto all’emotività popolare”. Parole sante. Ma dette con qualche decennio di ritardo.

E come non vedere oggi (ma sarebbe stato meglio ieri) l’“anchilosi politica” di un partito perennemente governista con “postura conservatrice paradossale per un campo che si dice progressista”. Parole scritte mille volte dalle firme del Fatto e dalla rivista Micromega. Ora, dopo la sconfitta di Letta, appaiono anche su Repubblica. È davvero strano questo giornale: pompa i segretari del Pd, e talvolta li crea (anche), sponsorizza, suggerisce, orienta… poi, d’improvviso, quando la realtà porta il conto, si scivola tutto di dosso, e attacca, con le migliori firme le manovre di Palazzo. Serra: “Non c’è stato nulla di ‘illegale’… I governi trovano legittimità nel Parlamento. Ma l’idea che il voto popolare contasse relativamente e fosse irreggimentabile se non manipolabile da alchimie politiche, era molto diffusa.” Un attacco alla decennale politica del Pd. Peccato non averlo detto prima! Le tardive ammissioni testimoniano “il tradimento dei chierici” che “rinunciano alla loro funzione più elevata di guida super partes”.

Il chierico Serra – esempio di una lunga schiera – ha detto per anni messa laica su Repubblica senz’accorgersi che il partito che appoggiava e sosteneva (e votava) era dominato dall’“ossessione governista” che solo oggi denuncia: “il Pd è stato il partito dei ministeri, delle amministrazioni pubbliche, dei sindaci, disponibile a supportare fedelmente i deus ex machina tecnocratici, da Monti a Draghi.” E ha pagato “un prezzo enorme: la perdita di una identità progressista.

Oggi Serra ha le idee chiare: “La sinistra ha ceduto la piazza agli ‘altri’, confusi nella comoda categoria del populismo.” Il punto è che di questa “comoda categoria” si è servito anche lui. Abbondantemente. Ma ora fa ammenda: le istanze popolari sono state “considerate un impiccio, all’insegna di quel ‘lasciateci lavorare’ che è stato il connotato più sgradevole dell’elitarismo ‘responsabile’, ossia del Pd. E oggi? Oggi il Pd è “Nudo, privato della sua sola gloria recente, che è il potere.” Il Nostro vede la sconfitta come una grande occasione per rigenerarsi dall’opposizione. È giusto. Se aggiungiamo che anche lui ora è un po’ nudo: aveva l’occasione di dirle prima queste cose. E l’ha persa.

Serra è solo un caso, tra cento, di tradimento dei chierici. Un altro esempio, Sergio Staino: “Bobo è contento per il Pd guarito dal virus dei grillini che ha fatto ammalare la sinistra.” Ecco, adesso tutti a sparare su Letta mentre prima lo spingevano a rompere con Conte. La demonizzazione del M5S (cfr. Se questo è un Paese, Mimesis) e Il Conticidio smascherato da Travaglio sono la causa prima dell’ascesa al potere della destra. Senza una vera autocritica non ci sarà rinascita per una sinistra vincente: un campo progressista non si rifonda cambiando i segretari del Pd, ma recuperando l’identità perduta. “Si tratta di ripartire dalla società civile, da tutto il variegato mondo dell’associazionismo che con la sua prassi ha sempre proclamato una volontà di giustizia-e-libertà” (Flores d’Arcais). È un compito difficile ma non impossibile, urge porre antiche domande: “In che modo evitare che il principio di maggioranza si trasformi in un regime?”.

I giornali d’area, le riviste, i movimenti, le associazioni culturali, i singoli compagni sono tutti chiamati (nessuno escluso) ad attivarsi. Se Meloni è il nuovo sovrano, nasca una nuova dissidenza: è la democrazia presa sul serio. Con questa destra la Costituzione rischia d’essere deturpata, non possiamo permettere che ciò accada.

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