I rincari di elettricità e gas si abbattono anche sui fornitori di energia. Rispetto al periodo pre Covid le società italiane hanno visto decuplicare i prezzi di approvvigionamento e sono arrivate a spendere per la materia prima un totale di circa 25 miliardi solo nel mese di agosto. Per l’inverno, con l’accensione dei riscaldamenti, si arriva a 15 miliardi al mese solo per il gas. Le piccole e medie aziende fornitrici rischiano quindi il default e quelle che invece resistono non riescono più a tollerare i ritardi nei pagamenti e a concedere rateizzazioni ai clienti finali – ossia famiglie, interi condomini, ristoranti, negozi e in generale tutte le imprese – che a loro volta rischiano più facilmente il distacco di luce e gas per morosità. La situazione potrebbe farsi ancora più drammatica dal 1° ottobre, quando inizia l’anno termico e scadono i contratti con cui i rivenditori al dettaglio si riforniscono dai grandi produttori e importatori: molti non hanno ottenuto un rinnovo, altri hanno dovuto accettare condizioni molto onerose. E ai clienti che cosa succederà? Se il fornitore va gambe all’aria si finisce nel mercato di ultima istanza, che garantisce la continuità del servizio ma a condizioni fissate dall’Arera e allineate a quelle del mercato tutelato. Che oggi prevede prezzi molto alti.

Contattato da Ilfattoquotidiano.it, Diego Pellegrino, portavoce di A.R.T.E., Associazione Reseller e Trader dell’Energia che riunisce oltre 130 operatori, aiuta a capire nel dettaglio con i numeri cosa sta avvenendo. I fornitori comprano l’energia per tutti i loro clienti oggi per domani, ma questa energia verrà fatturata e quindi incassata proprio dai loro clienti solo dopo 1 o 2 mesi. Questo meccanismo sta mettendo oggi in difficoltà le imprese fornitrici, perché se prima dovevano anticipare una certa cifra, oggi questa cifra è decuplicata.

Focalizzandoci ad esempio sulla sola energia elettrica, ipotizzando di avere un unico fornitore per tutta l’Italia quali sono le cifre di cui stiamo parlando? In un periodo pre Covid, con il Pun a 55 euro/MWh medi, l’impegno dell’intero sistema paese per comprare energia era di circa 1,5 miliardi di euro al mese. Già dal mese di settembre 2021 l’energia è salita su valori inaspettati fino ad allora e da lì in avanti è andata sempre in crescendo anche per via della guerra. Siamo quindi passati dai 4 miliardi di settembre, sempre per comprare la stessa quantità di prima ma al prezzo del mese preso in esame, ai 7,5 miliardi di dicembre 2021, 8,2 di marzo 2022, 11,5 di luglio e 14,5 di agosto.

Stesse considerazioni valgono per il gas: nel periodo pre Covid la spesa annuale per la sola materia prima gas dell’intero Paese era di circa 14 miliardi l’anno, dove nei mesi invernali si spendeva tra 1 e 1,5 miliardi al mese. Siamo passati ad una spesa nel solo mese di ottobre di poco più di 5 miliardi per arrivare ai quasi 10 miliardi dei mesi di dicembre 2021 e gennaio 2022. Ma questi sono mesi con forti consumi gas legati al riscaldamento. Ad agosto, nonostante i consumi logicamente inferiori ai mesi freddi, abbiamo avuto una spesa superiore agli 11 miliardi a fronte di uno storico che non ha mai raggiunto il miliardo nel singolo mese. In sintesi il sistema paese ha speso in soli 2 mesi quello che prima era il costo per un anno intero. E per questo inverno le previsioni sono ancora più nere: la stima del prezzo del gas per i prossimi sei mesi arriva a 90 miliardi a livello Paese, 15 miliardi al mese, calcola Pellegrino. È evidente quindi che la finanza che i fornitori dovevano impiegare precedentemente alla pandemia era attestata su valori più gestibili non solo dai fornitori stessi ma anche dal sistema bancario, il quale deve concedere molte più linee di fido in pochi giorni.

Proprio per aiutare i fornitori a far fronte a questa emergenza prezzi, l’Unione Europea ha aperto al sostegno ai fornitori con aiuti di Stato. A quelli italiani per ora oggi non è arrivato supporto. “Non chiediamo soldi ma interventi strutturali, come il disaccoppiamento delle fonti fossili da quelle rinnovabili nel meccanismo della formazione dei prezzi, oppure l’introduzione dell’Iva al 5% anche sull’energia elettrica o ancora spingere sull’Europa per l’azzeramento degli oneri Ets fino alla fine dell’emergenza. Serve poi un sistema di garanzie a monte di cui deve farsi carico lo Stato. Inoltre, chiediamo di approvvigionare i nostri clienti con il gas naturale acquistato dall’Acquirente Unico applicando un prezzo di vendita predeterminato a livello ministeriale”, commenta Pellegrino aggiungendo che “su questo ultimo punto c’è l’impegno della viceministra dell’Economia Laura Castelli di presentare un emendamento al Decreto Aiuti Ter”.

Una situazione incandescente dunque, che rischia di esplodere il 1° ottobre con l’inizio dell’anno termico, quando scadranno i contratti con cui i rivenditori al dettaglio si riforniscono dai grandi produttori e importatori: come scrive il Sole 24 Ore, molti fornitori non hanno ottenuto un rinnovo, altri si sono dovuti accontentare di volumi di gas inferiori al passato, offerti con minore flessibilità e con condizioni molto onerose. Dunque – scrive il quotidiano – si avvicina il rischio che decine di società energetiche retail falliscano perché non hanno abbastanza gas da distribuire ai clienti. Secondo Utilitalia sono almeno 70, ma molti operatori temono che le società italiane a rischio siano più di 100.

“Milioni di famiglie potrebbero rimanere senza gas a causa della situazione di grave crisi in cui versano piccole e medie società fornitrici e della carenza di risorse nel nostro paese”, spiega il presidente di Assoutenti, Furio Truzzi. “Di fronte a tale situazione il Governo non fornisce risposte, e preferisce dedicarsi a misure come le vetrate sui balconi, dimenticando che mancano ancora i decreti attuativi sulle comunità energetiche e vanno trovati con urgenza almeno altri 15 miliardi di metri cubi di gas”.

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