C’è chi esce dal ristorante senza pagare o chi prende le pizze dicendo che a lui sono dovute. Succede a Canicattì, la città in provincia di Agrigento che oggi ricorda l’uccisione per mano della mafia del giudice Rosario Livatino, proclamato beato dalla Chiesa nella speranza di lanciare un messaggio di legalità che ancora non sembra essere stato recepito. Nel paese del “giudice ragazzino”, ucciso sulla Ss. 640, il 21 settembre del 1990, aleggia ancora la cappa oscura della mafia.

Un’inchiesta di pochi mesi fa, ancora in corso, ha portato a scoprire un “micropizzo” di 5 e massimo 20 euro ai commercianti del paese che hanno paura di denunciare per via delle ritorsioni. Le segnalazioni di quello che accadeva hanno portato a un’indagine della polizia che però non può fare leva sull’aiuto di chi subisce le minacce: chi ha fatto la segnalazione infatti, si è rifiutato di denunciare. «Oggi la criminalità agisce in maniera organizzata sul territorio e quindi diventa difficile denunciare – spiega Eugenio Di Francesco dell’associazione “Rete per la Legalità Sicilia – SOS Impresa” – ma bisogna dire loro che lo Stato è vicino e non li lascia soli. È una mafia diversa che agisce non più con l’estorsione solita ma acquistando senza pagare o chiedendo piccole somme». In un clima omertoso è difficile anche indagare. Lo stesso Di Francesco dopo una manifestazione dell’associazione antiracket, ha segnalato che molti commercianti avevano strappato gli adesivi che erano stati attaccati il giorno prima proprio per sensibilizzare sul tema del pizzo e della legalità.

Dal commercio all’agricoltura non si cambia registro: con l’ultimo danneggiamento di 600 alberi di vite avvenuto lunedì, sono più di 7 gli atti intimidatori nei confronti degli agricoltori che, nel periodo della raccolta dell’uva ancora in corso, sono stati denunciati ai carabinieri della zona: per un danno che complessivamente, tra Canicattì e i paesi limitrofi (l’ultimo è avvenuto a Campobello di Licata) ha già superato il milione di euro. I carabinieri la chiamano “sinzalia”. “Le indagini sugli episodi accaduti nella zona sono ancora in corso – spiega il Maggiore Luigi Pacifico, comandante della compagnia dei carabinieri di Canicattì – ma in queste terre è dominante il fenomeno della ‘sinzalia’, i cosiddetti mediatori d’affari che regolano il mercato, come già è venuto fuori dalle intercettazioni dell’inchiesta antimafia Xidi sulla mafia della zona di Canicattì. Probabilmente questi ‘sinzali’ potrebbero compiere i danneggiamenti a coloro che si vogliono tirare indietro dopo aver chiuso un patto che permette agli agricoltori di vendere l’uva ai distributori. È un sistema ben rodato a cui molti agricoltori si rivolgono per le vendite che interferisce gravemente sul mercato dell’uva, inficiandone anche le possibilità di crescita».

Le attività di controllo dei carabinieri, che durante la raccolta sono impegnati in maniera costante nella guardiania dei terreni periferici, dove non mancano anche i furti, hanno permesso di raccogliere delle denunce di alcuni agricoltori che sentono le forze dell’ordine vicine, ma non mancano i casi in cui la segnalazione non arriva: “Abbiamo ricevuto alcune denunce ma sono diverse le situazioni in cui i danneggiamenti non vengono segnalati – precisa il Maggiore Pacifico – noi ogni anno continuiamo questa attività con tutti i mezzi perché su questo si basa l’economia del paese e questo ci ha permesso di scoprire il ruolo essenziale dei mediatori illegali”. Nella cittadina che piange, oltre al giudice Livatino anche il giudice Antonio Saetta, ucciso con il figlio Stefano il 25 settembre del 1988, l’onda della mafia e del racket continua ad attraversare Canicattì.

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