Pubblichiamo un intervento del ricercatore Inapp Massimo De Minicis, esperto di mercato del lavoro*

Perché in Italia una misura di reddito minimo come il reddito di cittadinanza in Italia ha impattato così tanto sul mercato del lavoro e sulle dinamiche di attivazione di circa un milione di lavoratori? In Europa tutti i paesi hanno una rete finale di sicurezza sociale (ultimi ad approvarlo Italia e Grecia). Ma in molti contesti l’incidenza sui lavoratori è meno consistente. In generale questa differenziazione può essere dovuta sia all’intenso aumento del lavoro povero nel nostro paese, sia alla presenza in quasi tutti gli altri contesti europei di un sistema di ammortizzatori sociali più universale, con integrazioni reddituali per i disoccupati non solo contributive ma anche assistenziali.

Nella maggior parte dei paesi europei, infatti, è presente anche una indennità di disoccupazione nel mercato del lavoro non strettamente contributiva, capace di intercettare e sostenere il reddito di lavoratori disoccupati o di integrare il reddito dei lavoratori a bassi salari o part-time involontari. In generale i pilastri sui quali si strutturano molti sistemi di protezione sociale dei lavoratori sono, così, di tre tipologie: 1) contributivo 2) assistenziale per tutti i lavoratori che non possono accedere al primo 3) reddito minimo garantito per famiglie in povertà assoluta, al di là della relazione dei componenti del nucleo con il mercato del lavoro. Nella maggior parte dei paesi europei le prime due misure riescono a intercettare soggetti lavorativi in crisi reddituale con diverse tipologie contrattuali. In Italia questa azione di filtraggio nel mercato del lavoro avviene molto meno, perché è assente il secondo pilastro di protezione contro la disoccupazione.

Molti contesti nazionali hanno, così, implementato e modificato nel tempo misure individuali non assicurative di protezione dei lavoratori accompagnandole dalla metà degli anni ’90 con stringenti politiche di condizionalità. L’Italia pur profetizzando dalla metà degli anni ’90 la necessaria costruzione del pilastro assistenziale degli ammortizzatori sociali (Commissione Onofri 1997) si è effettivamente concentrata su sviluppo e perfezionamento di sole indennità assicurative (un livello minimo di contributi versati negli anni di lavoro precedenti), con particolare attenzione per quelle in costanza di rapporto di lavoro (CIG, FIS, Fondi di solidarietà). Indennità che pur presentando notevoli aspetti positivi, richiedono per l’accesso il rispetto di principi contributivi e lavorativi, con un rischio di marginalizzazione di lavoratori radicalmente occasionali o autonomi non professionali.

D’altra parte, tale peculiarità del sistema italiano appare evidenziarsi anche nei dati finanziari dove prima della fase pandemica, tra il 2004 e il 2019, se da un lato la spesa totale per ammortizzatori sociali è stata sostanzialmente inferiore rispetto a quella degli altri paesi europei, la quota rappresentata dagli ammortizzatori sociali contributivi in costanza di rapporto di lavoro è stata significativamente più alta (Banca D’Italia, giugno 2022). Un tentativo di breve durata di costruire un ammortizzatore sociale non contributivo era stato prodotto con l’Assegno di disoccupazione Asdi. Attivo dal 2016 in via sperimentale, dal 2018 fu sostituito dal reddito di inclusione (REI). In tal modo si eliminava una indennità assistenziale individuale dedicata del mercato del lavoro (secondo pilastro) per sostituirla con un sostegno reddituale di ultima istanza rivolto ai nuclei famigliari poveri (terzo pilastro).

È chiaro che su questo contesto non ordinato nello sviluppo di un sistema universale di protezione sociale dei lavoratori si è inserita anche l’implementazione del reddito di cittadinanza. Una volta definita nel 2019, la misura ha dovuto colmare (nella fase pandemica insieme al reddito di emergenza e ai bonus) non solo la mancanza di una consistente misura di reddito minimo ma anche quella di un ammortizzatore sociale universale. Così la scelta di connotare il reddito di cittadinanza principalmente come strumento di politica attiva oltre che di sostegno alla povertà è stata forse inizialmente azzardata, ma la mancanza di un pilastro assistenziale nella protezione dei lavoratori, insieme ad una forte presenza di lavoro povero, ne ha giustificato nella pratica questa determinazione.

In sostanza, per ripristinare equilibrio nella relazione tra interventi di protezione nel mercato del lavoro e misure di reddito minimo sarebbe opportuno procedere al perfezionamento del sistema degli ammortizzatori sociali, definendo una indennità condizionata dedicata nel mercato del lavoro individuale e non contributiva. Una misura la cui quantificazione finanziaria per la leva fiscale sarebbe variabile, determinata dai livelli di maggiore o minore rigidità del mercato del lavoro. Un mercato del lavoro rigido premierebbe gli ammortizzatori sociali assicurativi, un mercato del lavoro deregolamentato quelli assistenziali. Con un sistema di ammortizzatori sociali più inclusivo sarebbe minore la spesa complessiva per il reddito minimo, anche nei casi di cumulabilità tra indennità e reddito di cittadinanza. In questo caso, infatti, aumenterebbe il numero di famiglie in condizione di povertà, che utilizzerebbe il reddito di cittadinanza cosiddetto ridotto. Per l’RdC aver rappresentato per circa un milione di lavoratori una rete di sicurezza di ultima istanza rappresenta, così, più che un difetto nella sua ingegnerizzazione, una cartina di tornasole della incompletezza del sistema degli ammortizzatori sociali in Italia.

m.deminicis@inapp.org

*Le opinioni espresse nell’articolo sono personali e non rappresentano necessariamente quelle dell’istituto di appartenenza

Articolo Precedente

Centri per l’impiego, altro che rafforzamento: assunti 3.800 operatori sugli 11.600 previsti. Record negativi dove governa il centrodestra

next
Articolo Successivo

Reggio Emilia, due operai sospesi per aver mangiato scarti di mortadella: “Non abbiamo rubato nulla, avevamo solo fame”

next