Doveva essere tutto concluso entro la fine del 2021. Invece il piano straordinario per il potenziamento dei Centri per l’impiego (Cpi) partorito nel 2019 e implementato nel 2020 è in ritardo in tutta Italia. Gli operatori assunti sono un terzo di quelli previsti, due regioni su tre non sono nemmeno a metà strada e Sicilia, Calabria, Basilicata e Molise sono ferme a zero. Tutto accade, o meglio non accade mentre il Paese affronta il primo obiettivo targato Garanzia di Occupabilità dei Lavoratori (Gol), il programma per l’occupazione legato ai fondi del Pnrr. L’impegno con l’Unione europea vuole 300mila persone (5% della platea) prese in carico dai Cpi e arruolate all’iniziativa entro la fine dell’anno. Un obiettivo che a livello nazionale l’Italia conta di raddoppiare. Ma, rivela al Fatto un funzionario regionale che chiede di restare anonimo, “già sappiamo che le regioni più virtuose devono superare ampiamente la loro quota per compensare le carenze di altre, le stesse ferme al palo sul fronte del potenziamento dei centri per l’impiego”. Una soluzione praticabile perché questa volta l’Europa si accontenterà del dato nazionale. Ma che servirà a poco quando nei prossimi anni l’80% dei Cpi di ogni regione dovrà essere in grado di applicare i livelli essenziali definiti quali standard nazionali.

Nel 2019, insieme all’istituzione del Reddito di cittadinanza si era finalmente giunti allo stanziamento di fondi per dare nuovo personale ai Centri per l’impiego, da sempre attaccati per il limitato contributo all’ingresso nel mercato del lavoro, ma anche sottodimensionati rispetto ai centri di paesi come Francia e Germania, che per le politiche del lavoro spendono rispettivamente 5 e 7 volte più di noi, con 50mila operatori francesi e 100mila tedeschi. Con l’innesto di 11.600 persone entro il 2021 l’Italia puntava al raddoppio dell’organico. Invece la maggior parte delle regioni è riuscita a mala pena a centrare le assunzioni previste per il 2019. “I 70 milioni di euro li hanno avuti”, aveva dichiarato già l’anno scorso il ministro del Lavoro Andrea Orlando, imputando alle regioni ritardi ingiustificati e spronandole sugli impegni assunti nel Pnrr. Ma ad oggi il dato in mano al ministero conta appena 3.855 operatori inseriti nei Cpi (dati del 25 agosto 2022), un terzo del totale. E c’è chi lo rilancia in campagna elettorale. “14-15 regioni oggi sono in mano al centrodestra, e i leader di quei partiti, invece di attaccare il Rdc dovrebbero tirare le orecchie ai loro governatori che i Cpi non li hanno fatti funzionare”, ragiona il presidente del M5s Giuseppe Conte. Generalizzare è impossibile e regioni come Lombardia, Liguria e Veneto sono più avanti di altre, con i Cpi lombardi che dovrebbero completare il potenziamento nei primi mesi del 2023. Allo stesso tempo, è un fatto che i record negativi appartengono tutti al centrodestra, al governo in Sicilia, Calabria, Basilicata e Molise, regioni ancora a zero.

In generale, l’Italia è in ritardo di circa tre anni sulla tabella di marcia. Così i conti tocca rifarli alla luce dei pensionamenti, che dal 2018 ad oggi hanno ridotto il personale dei Cpi del 30 per cento e più. Come non bastasse, ci si libera definitivamente anche degli ex navigator, i dipendenti dell’Agenzia nazionale politiche attive del lavoro (Anpal) che in virtù di convenzioni tra Anpal servizi e regioni hanno affiancato i Cpi sul Rdc. Lo farà anche la Sicilia il prossimo 31 ottobre, nonostante non abbia ancora inserito un solo nuovo operatore nei suoi Cpi. Anzi, deve ancora pubblicare la prima graduatoria di un concorso che si è svolto a maggio. A denunciare “il collasso” dei centri per l’impiego siciliani sono gli stessi ex navigator. Circa 300 quelli ancora attivi in Sicilia, dove l’associazione nazionale navigator (ANNA) chiede la proroga del loro contratto così da permettere loro di contribuire al programma Gol, che solo con i percettori del Rdc raggiunge già il 50 per cento dei beneficiari siciliani. “Preso atto che – in data odierna – non è stato ancora dato nessun avvio alle procedure di assunzione delle nuove figure professionali previste e considerato che gli ex navigator sono stati formati da Anpal Servizi S.p.A anche per l’attuazione del programma Gol, chiediamo che la Regione siciliana presenti nell’immediato ad Anpal Servizi e al Ministro del Lavoro richiesta di utilizzo di tali professionalità”, hanno scritto ieri Cgil, Cisl e Uil, certi che in Sicilia sia a repentaglio il raggiungimento degli obiettivi legati anche al Pnrr e i miliardi destinati alla regione: 2,4 miliardi di euro (900 milioni con il PNRR e 1,5 miliardi con la programmazione comunitaria FSE+). E non va meglio in Calabria, dove da mesi si attendono risposte. “Comincia a diventare preoccupante il ritardo accumulato dalla Regione sui concorsi per il potenziamento dei centri per l’impiego che sono stati indetti durante lo scorso mese di gennaio”, aveva dichiarato a luglio il gruppo del Pd in consiglio regionale, denunciando l’assenza dell’amministrazione.

Il Pnrr dedica alle politiche attive del lavoro ben 4,4 miliardi di euro, e altri 500 milioni vengono dal piano React-Ue. Un inedito assoluto per la lotta alla disoccupazione nel nostro Paese, al centro della quale Gol mette proprio le regioni e i loro Cpi. Ma gli impegni con l’Unione europea prevedono di superare la classica situazione a macchie di leopardo, con gli enti regionali che procedono in ordine sparso. Entro il 2025, infatti, quattro Cpi su cinque dovranno aver raggiunto gli standard fissati a livello nazionale, in ogni singola regione. Ad oggi gli unici dati sono quelli delle prese in carico, primo step gestito dai Cpi al quale dovrà poi seguire l’inserimento nei diversi percorsi di formazione e rioccupazione dei disoccupati. E descrivono un’Italia che si muove a più velocità. La Lombardia, dove mancano ancora 300 inserimenti per completare il potenziamento dei Cpi, su Gol è partita per prima, a inizio giugno. “Regione Lombardia ha da poco raggiunto il target imposto a livello europeo, ovvero 35 mila persone inserite nel programma, e confidiamo di raggiungere in breve tempo il target nazionale, ovvero 70mila persone”, scrive al Fatto la direzione generale di Formazione e Lavoro in Regione, contando di essere la prima regione a raggiungere gli obiettivi stabiliti a livello nazionale. Al momento le prese in carico a livello nazionale sono circa 140 mila, fa sapere il ministero del lavoro, metà dell’obiettivo concordato in Europa e un quarto di quello nazionale.

Ma non tutti corrono alla stessa velocità. Bene stanno facendo il Friuli Venezia Giulia, la Toscana, la Sardegna, la Puglia e la Campania. Altri rischiano di rimanere indietro. “La Lombardia non sarà l’unica a raggiungere in tempo gli obiettivi, e chi può dovrà fare ancora di più per compensare le regioni dove il risultato è più lontano”, spiega un funzionario regionale. Un fatto, spiega, “già dato per certo nelle interlocuzioni tra gli enti regionali”. Quanto agli impegni futuri, a partire dalla sfida di uniformare i servizi per il lavoro di tutta Italia, il funzionario non si fa illusioni: “In alcune regioni mancano le professionalità necessarie, lo vediamo anche nella preparazione di bandi e concorsi”, spiega, parlando di pubbliche amministrazioni che per alcune zone del paese definisce “già morte“, minate anche da un’età media troppo elevata e scarsi innesti. Che fare? “Il governo dovrà inviare delle task force nelle regioni che hanno carenze importanti, sfruttando quei poteri sostitutivi previsti anche dal Pnrr, altrimenti gli impegni presi non saranno rispettati”.

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