Non è certo la prima volta che dalle pagine del Financial Times vengono recapitati messaggi ai governi in carica o in procinto di esserlo. A volte il quotidiano scrive in veste di portavoce, a volte peggio, con un qualche interesse diretto. Ieri il giornale della City londinese ha dato ampio risalto ad un dato del centro studi dell’agenzia di rating statunitense Standard & Poor’s secondo cui sarebbero molto aumentate le scommesse dei fondi speculativi contro l’Italia in vista delle prossime elezioni. La notizia apre l’odierna edizione cartacea del quotidiano. È un dato di un qualche interesse ma la cui portata va molto ridimensionata rispetto alla rilevanza che gli viene invece attribuita. Va da sé che se un fondo avesse scommesso davvero contro l’Italia leggere questa notizia sulla prima pagina del più importante quotidiano finanziario del mondo fa molto comodo.

Come si scommette contro un paese? In tanti modi, il più semplice, quello di cui parla l’articolo, è vendere titoli di Stato allo scoperto, ossia facendoseli prestare con l’impegno di restituirli ad una data prefissata. Se nel frattempo il valore dei titoli scende la differenza di prezzo diventa il guadagno dello speculatore. Spargere voci allarmistiche è uno dei modi per ottenere questo risultato. Nello specifico il Financial Times scrive che dallo scorso gennaio le cosiddette posizione corte hanno superato i 39 miliardi di euro. Una cifra che sembra enorme ma che è poca cosa se rapportata alla quantità di titoli italiani in circolazione che supera i 2mila e 700 miliardi di euro. La sparata del quotidiano ha lasciato pressoché indifferenti i mercati, il rendimento dei titoli di Stato italiani (un parametro che riflette anche la percezione del rischio dell’investimento) che non ha subito particolari variazioni. Come ricorda oggi Il Sole 24 Ore altri indicatori di rischio per la finanza italiana come il ricorso degli investitori ai futures non evidenziano particolari criticità.

A rincarare la dose c’è oggi il finanziare Davide Serra che a Londra gestisce la piccola società di investimenti Algebris (i fondi amministrati sono tutti in perdita da inizio anno). Serra, in passato molto vicino a Matteo Renzi, sposa in toto la versione del Financial Times. E spiega che gli investitori si preparano a punirci perché “abbiamo rinunciato al nostro Ronaldo”, ossia Mario Draghi. Dalle colonne de La Stampa racconta quindi di aver partecipato ad una cena a Londra in cui 35 su 40 banchieri e gestori invitati “avevano in mente di vendere allo scoperto titoli italiani”. Serra mostra le sue preoccupazioni per l’esito delle elezioni ma fa anche un piccolo endorsement per Giorgia Meloni che vede “più matura rispetto agli alleati leghisti”. Come il finanziere italiano certamente sa, piaccia o meno, a determinare le sorti finanziarie del paese non sono fondi non meglio identificati ma la Banca centrale europea. Piaccia o meno finché i paesi dell’Unione si reggono sugli acquisti di titoli di Stato da parte della Bce i governi in carica devono essere graditi o quantomeno tollerati da Francoforte. Significa attuare politiche economiche che non conducano ad un deterioramento dei conti pubblici. Considerazione che vale a maggior ragione in Italia, il paese con il debito pubblico più grande dei paesi euro e quindi il più esposto alle scorribande dei mercati. Chiunque entri a palazzo Chigi ha margini d’azione ridotti, quasi inesistenti.

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