Ormai appare chiaro che le pandemie, progressivamente affacciatesi alla ribalta della Storia, costituiscono un evento sanitario strettamente connesso alla globalizzazione di cui sono diventate ormai elemento strutturale. L’estensione planetaria del mercato fa circolare non solo merci e capitali, ma inevitabilmente anche uomini e animali, portatori di rispettivi focolai infettivi endemici, cioè originariamente circoscritti in determinate aree geografiche, ciascuna delle quali con specifici fattori di rischio ambiente-correlati, come accade sempre per la salute, indifferentemente insidiata da malattie croniche o acute.

Repentini incontri di massa non potevano che mettere in comune, e quindi moltiplicare, rischi e fragilità reciproche tra popolazioni; e così è stato. Un prezzo mai messo in conto, parimenti al consumo del Pianeta, che la globalizzazione ha comportato. Quindi ora si piangono solo lacrime di coccodrillo. Ciò premesso, veniamo all’ultimo ospite inquietante: il cosiddetto vaiolo delle scimmie.

In verità le scimmie c’entrano ben poco, trattandosi di un reperto occasionale di laboratorio, perché il serbatoio naturale di questo virus, pur mantenendo il medesimo nome nella lingua inglese utilizzata in sede scientifica (Mpx come abbreviazione di Monkeypox), è costituito dai roditori che direttamente o indirettamente possono infettare altri animali, uomo compreso, effettuando l’ennesimo salto di specie. In Africa centrale, in cui l’Mpx è endemico, raro è il contagio da uomo a uomo, mentre frequente lo è tra animale e uomo, in prevalenza bambini più sensibili e più esposti al rischio esterno.

Sulla base dei dati Oms, dalle poche centinaia di casi anno nel mondo, nel 2022 si sono raggiunti in pochi mesi (agosto) oltre 35 mila casi distribuiti in in 92 Paesi, per lo più localizzati in Europa (circa 20 mila) e negli Usa (circa 12 mila). Più di 500 in Italia, distribuiti per ora abbastanza omogeneamente rispetto alla densità della popolazione. I numeri sono comunque in rapida crescita. La letalità dell’MPX, cioè il rapporto tra deceduti e malati, è invece relativamente bassa, compresa tra 1-10% nei Paesi endemici. Una decina i decessi che si sono complessivamente registrati nei mesi più recenti. Come sempre, particolarmente a rischio sono i soggetti fragili sotto il profilo sanitario. Un grande balzo quindi che però in massima parte riguarda giovani adulti di sesso maschile che hanno avuto rapporti omosessuali. Si tratta quindi di una pandemia ancora confinata in un determinato sottogruppo di popolazione, ma potenzialmente in grado di espandersi a livello generale per propagazione incontrollata di rifiuti infetti (medicamenti) non trattati adeguatamente che potrebbero raggiungere i roditori urbani (topi) amplificando così la catena del contagio. In realtà, il contagio è difficile da uomo a uomo, perché implica rapporti stretti tra materiale biologico infetto, non solo genitale ma anche digestivo e inalatorio, con cute e mucose, soprattutto in presenza di piccole ferite o lacerazioni. Ciò spiega perché il maggior rischio sia tra uomini che praticano sesso con altri uomini, essendo certamente il rapporto omosessuale tra maschi molto più impattante per l’integrità delle mucose.

Queste sono le evidenze che hanno condotto il direttore generale della Oms Tedros Ghebreyesus a dichiarare, nel corso della Conferenza stampa del 23 luglio 2022, il vaiolo delle scimmie (Mpx) Public Health Emergency of International Concern – Pheic, ovvero “un evento straordinario che può costituire una minaccia sanitaria per altri Stati membri attraverso la diffusione della malattia e richiedere potenzialmente una risposta coordinata a livello internazionale”.

Oltre all’estensione dei contagi, il rischio maggiore è però quello di creare l’ennesimo stigma che, al di là degli aspetti discriminatori di stampo neo-razzista, non farebbe altro che favorire la diffusione della malattia attraverso l’auto-occultamento del proprio stato di salute che a propria volta innescherebbe un meccanismo perverso di caccia all’untore. In discussione non è e non deve essere l’orientamento sessuale delle persone, ma comportamenti rivolti alla promiscuità dei partner in assenza di adeguata protezione.

La prevenzione deve quindi muoversi su molteplici binari. Innanzitutto una comunicazione attenta a non creare stigma, un’informazione in grado di calibrare i diversi livelli di rischio, la costruzione di percorsi sanitari dedicati in grado di garantire assolutamente la privacy degli assistiti, nonché il monitoraggio sierologico dei topi urbani allo scopo di valutare l’eventuale espansione di un pericoloso serbatoio infettivo. Parallelamente andrebbe organizzata una campagna vaccinale rivolta ai soggetti maggiormente a rischio, ricordando comunque che la vaccinazione contro il vaiolo, interrotta nel 1981 per valutata eradicazione della malattia, mostra un’ampia protezione anche verso il Mpx.

L’Agenzia europea per i medicinali (Ema) ha autorizzato sia l’utilizzo di un vaccino contro il virus Mpx che garantisce un buon livello di efficacia e di sicurezza, sia di uno specifico farmaco antivirale. Naturalmente una vaccinazione, seppur rivolta ad un limitato target di popolazione, va organizzata e presidiata. L’importante però è non attendere troppo per evitare di intervenire in condizioni di emergenza con tutte le conseguenze nefaste che ben conosciamo.

Pensavamo, o meglio speravamo, che la pandemia Covid-19 ci avesse impartito una lezione magistrale, cioè che l’interconnessione non solo digitale ma anche materiale imponesse ai problemi emergenti l’individuazione di soluzioni rapide e condivise su ampia scala. Invece no, si continua a procedere in ordine sparso e contradditorio fintanto che l’acqua non raggiunge la gola. E, come non bastasse, ci infiliamo anche le guerre.

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