La reazione cinese alla visita di Nancy Pelosi a Taiwan è arrivata. A nemmeno 24 ore dalla partenza della speaker della Camera americana, arrivata nella repubblica ‘ribelle’ per manifestare la sua “vicinanza alla democrazia”, Pechino mostra i muscoli e con il suo esercito lancia missili in direzione dello Stretto di Taiwan. Cinque testate balistiche sono finite nella zona economica esclusiva del Giappone. A riferirlo è proprio il ministero della Difesa nipponico, Nuobo Kishi, che ha protestato con Pechino per l’azione che potrebbe portare ad una escalation militare: “Questa è una questione grave che riguarda la sicurezza nazionale del nostro Paese e la sicurezza delle persone”, ha dichiarato. E da Tokyo fanno sapere che quattro dei cinque missili balistici “si ritiene che abbiano sorvolato l’isola principale di Taiwan“.

Il tutto è avvenuto dopo l’inizio delle più grandi esercitazioni militari mai fatte dalla Cina intorno all’isola indipendentista e dopo altri lanci di razzi avvenuti attorno a Taiwan. Giornalisti della Afp si trovano sull’isola cinese di Pingtan, vicina alle manovre in corso, e secondo la loro testimonianza proiettili sono stati sparati da siti vicini a installazioni militari. Una rappresaglia cinese per la visita di Pelosi che il ministro degli Esteri cinese Wang Yi aveva già definito un’azione “maniacale, irresponsabile e altamente irrazionale” da parte di Washington. Gli ha fatto eco il portavoce dell’Ufficio per gli affari di Taiwan del governo di Pechino, Ma Xiaoguang, secondo il quale il blitz della speaker “non è una difesa della democrazia e della libertà, ma una provocazione e una violazione della sovranità e dell’integrità territoriale della Cina”. Pertanto, mentre sono in concorso le maxi manovre militari intorno all’isola, “prendere le contromisure necessarie è una mossa giusta”. Le forze armate di Taiwan “operano come al solito e monitorano ciò che ci circonda in risposta alle attività irrazionali” della Repubblica popolare cinese “con l’obiettivo di cambiare lo status quo e di destabilizzare la sicurezza della regione”, ha dichiarato in una nota il ministero della Difesa di Taipei all’avvio delle manovre militari cinesi su vasta scala intorno all’isola. “Non cerchiamo l’escalation, ma non ci fermiamo quando si tratta della nostra sicurezza e sovranità. Sosterremo il principio di prepararsi alla guerra senza cercare la guerra e con l’atteggiamento di non intensificare i conflitti e non causare controversie”. E a Taipei avvisano la popolazione: “Scaricate una app per localizzare le posizioni degli oltre 5.000 rifugi antiaerei della città”.

Manovre militari alle quali, fa sapere il governo di Taipei, la Cina aggiunto un’altra area di interdizione per le sue manovre militari nelle acque orientali dell’isola, portando il totale a quota sette. Tanto che l’esercito taiwanese ha deciso di attivare i sistemi di difesa. Da parte sua, Pechino ha comunicato che l’Esercito popolare di liberazione ha “revocato il controllo marittimo e dello spazio aereo al largo della costa orientale dell’isola di Taiwan” con la riuscita delle manovre di lancio missilistiche che “hanno colpito con precisione tutti gli obiettivi”. Presto l’esultanza per la missione compiuta si trasforma in un attacco al G7, in particolare agli Stati uniti che, sostiene Pechino, “hanno provocato i guai, la crisi e che continuano ad aumentare le tensioni”, ha affermato Wang Yi commentando il comunicato congiunto dei Sette grandi che ieri hanno chiesto a Pechino di evitare una “aggressiva attività militare” per il rischio di una “escalation non necessaria” e di “non cambiare unilateralmente lo status quo con la forza”. Il ministero degli Esteri cinese ha inoltre convocato gli ambasciatori dei Paesi del G7, inclusa l’Italia, e dell’Ue per “esprimere il più completo disappunto” sul comunicato che critica le esercitazioni militari.

Il “pessimo precedente” creato mette a rischio il rispetto del “principio di non interferenza negli affari interni” e del diritto internazionale, ha aggiunto Wang, secondo cui “la dichiarazione dei ministri degli Esteri del G7 confonde giusto e sbagliato e accusa infondatamente la Cina di misure ragionevoli e legittime per salvaguardare la sovranità e l’integrità territoriale. Come possono avere un tale diritto? Chi ha dato loro tali qualifiche? Non è strano coprire i trasgressori e accusare i difensori dei diritti?”. I Paesi della regione “dovrebbero unirsi e opporsi alla rampante egemonia nella regione. Solo in questo modo possiamo davvero salvaguardare le nostre rispettive sicurezza, pace e stabilità regionali”. Sulla stessa linea anche la Russia che, con il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, ha dichiarato che le esercitazioni militari delle forze armate cinesi vicino Taiwan sono “un diritto sovrano della Cina”, aggiungendo che “la tensione nella regione intorno a Taiwan è stata provocata artificialmente. Noi comprendiamo perfettamente chi l’ha provocata: la visita di Nancy Pelosi. È stata una visita del tutto inutile e una provocazione non necessaria“.

Condanna per l’azione della Cina arriva dall’Alto rappresentante per la Politica Estera dell’Ue, Josep Borrell, secondo il quale la visita di Pelosi sull’isola non è una motivazione valida per alzare così il livello della tensione. “Non c’è alcuna giustificazione per usare una visita come pretesto per un’attività militare aggressiva nello Stretto di Taiwan – ha scritto su Twitter – È normale e di routine per i legislatori dei nostri Paesi viaggiare a livello internazionale. Incoraggiamo tutte le parti a mantenere la calma, esercitare moderazione e agire con trasparenza”, ha aggiunto Borrell, a Phnom Penh per l’Asean, l’Associazione delle Nazioni del Sud-est asiatico. Ma il suo messaggio si rivolge anche agli Stati Uniti: in un colloquio bilaterale con il segretario di Stato americano, Antony Blinken, il capo della diplomazia Ue ha dichiarato che Europa e Usa “continuano a lavorare mano nella mano per respingere l’invasione russa all’Ucraina e al sistema economico globale. Abbiamo anche discusso dell’accordo sul nucleare con l’Iran e di come preservare la pace e la stabilità nello Stretto di Taiwan”. Blinken che, a sua volta, ha ribadito che “gli Stati Uniti si oppongono a qualsiasi sforzo unilaterale per cambiare lo status quo di Taiwan, soprattutto con la forza”.

I ministri degli Esteri dell’Asean (Brunei, Cambogia, Indonesia, Laos, Malaysia, Myanmar, Filippine, Singapore, Thailandia e Vietnam) hanno avvertito che la crescente situazione di tensione intorno a Taiwan potrebbe innescare “conflitti aperti”, mentre la Cina si prepara a tenere “manovre militari mirate” su vasta scala circondando l’isola. I ministri, in una dichiarazione congiunta, hanno affermato che la situazione “potrebbe destabilizzare la regione e alla fine potrebbe portare a errori di calcolo, gravi confronti, conflitti aperti e conseguenze imprevedibili tra le principali potenze”.

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