di Mario Pomini*

È abbastanza naturale che il super bonus edilizio del 110%, un intervento che è un unicum a livello mondiale, sia oggetto di dibattito e di discussione. Questa specie di unicorno fiscale è considerato da alcuni come una delle migliori soluzioni ai mali dell’economia italiana, mentre da altri, molto più scettici [come il sottoscritto] lo ritengono una forma estrema e dannosa di populismo economico, foriero solo di illusioni ed ingiustizie. La discussione, peraltro, deve tener conto che un robusto bonus edilizio esiste già, quello del 50%, ma il legislatore italiano ha voluto strafare, abbattendo anche la soglia psicologica, ma anche fattuale, del 100% di sconto fiscale.

Dopo due anni di interventi, ora è la volta di qualche valutazione numerica. Le domande aperte sono molte. Questo super bonus stimolerà effettivamente l’economia italiana o porterà solo più inflazione? Sarà fiscalmente sostenibile? e così via. Domande più che legittime viste le condizioni della nostra economia e della nostra finanza pubblica. Ma anche i numeri non ci danno molte certezze. Qui la confusione è grande e le valutazioni quantitative degli esperti sugli effetti del bonus possono essere anche molto diverse, come testimoniano due recenti documenti, il rapporto dell’Ance e uno studio della Luiss. Anche Nomisma ha dato un suo contributo alla vicenda schierandosi dalla parte della Luiss.

Consideriamo prima il rapporto dell’Ance, l’associazione delle impese costruttrici italiane. La relazione calcola in 38 miliardi di euro la spesa delle detrazioni a carico dello Stato. Il costo per l’erario sarebbe molto minore. Infatti 13,9 miliardi vanno a gravare sul Pnrr e altri 19,9 rientrano attraverso l’incremento delle imposte, dirette ed indirette. In definitiva, il costo netto per lo Stato sarebbe di soli 6,6 miliardi. Il punto importante è che l’erario, attraverso il prelievo fiscale e al netto dei contributi europei, recupererebbe il 47% dello sconto concesso. Una percentuale tutto sommato ragionevole dal momento che la pressione fiscale complessiva italiana è attorno al 42%. In generale, nell’economia Italiana per ogni 100 euro di reddito prodotto, 42 entrano nelle casse dello Stato.

Molto diverse, e orientate ad un marcato ottimismo, sono invece le stime di Openeconomics della Luiss Business School. Mentre gli ingegneri dell’Ance si sono basati su stime empiriche, gli studiosi della Luiss hanno messo all’opera il prestigioso modello di equilibrio economico generale computazionale. Qui il quadro si fa molto più roseo. Il risultato di questa simulazione è incredibilmente keynesiano, risultato veramente singolare per chi ha una qualche familiarità con questo tipo di modelli ci impronta mainstream.

Gli studiosi della Luiss stimano che un intervento edilizio a sconto totale di 8,75 miliardi di euro genererebbe un valore aggiunto di ben 16,64 miliardi in un periodo di due anni. Quindi, in piena coerenza con l’insegnamento di Keynes, un incremento degli investimenti porterebbe un raddoppio del reddito; un risultato veramente notevole. Nel lungo periodo, che gli studiosi calcolano in 8 anni, le cose migliorano ancora. Si verrebbe a realizzare un incremento di altri 13,71 miliardi di euro, con una variazione complessiva quindi del 300%. In questo caso il moltiplicatore del reddito sarebbe pari a 3. Non sorprende allora che il disavanzo per lo Stato nei dieci anni considerati sia stimato in appena di 811 milioni, un modesto 10%.

Non sono entrato in possesso del rapporto e quindi non ho potuto valutarlo attentamente, ma credo che nemmeno Keynes fosse così ottimista riguardo alla sua teoria. In genere il moltiplicatore degli investimenti pubblici è compreso tra 1 e 2. Se sei un economista neoclassico vai verso l’unità, se sei un keynesiano verso l’altro valore. In questo caso, poiché poi si tratta di interventi completamente a debito, un debito che dovrà essere ripagato, probabilmente il suo valore tende al limite inferiore. Comunque, fa molto piacere, in un clima scientifico dominato dall’ortodossia neoclassica in cui la teoria keynesiana è scomparsa dai libri di testo, ritrovare Keynes nelle analisi economiche concrete della Luiss Business School.

Rimane il fatto che l’Ance stima un disavanzo per l’erario del 53%, e cioè di 13,6 miliardi di euro. Gli studiosi della Luiss stimano, al contrario, quasi un pareggio in dieci anni. Difficile dire chi ha ragione. Se ci fossero ancora dei dubbi, solo questa abissale differenza di previsioni tra enti molto rispettabili dovrebbe convincerci che il super bonus fiscale appartiene a quelle forme di intervento chiamate un tempo vodoo economics, perché un misto di magia e superstizione.

Comunque tra l’ottimismo sperticato della Luiss Business School e la prudenza dell’Ance, la mia preferenza, da storico economico, va sicuramente alla seconda. Se poi veramente, ogni euro di super bonus potesse generare tre euro di reddito come ripreso anche dalla serissima Nomisma, l’economia non sarebbe più la triste scienza della scarsità, ma quella della allegra cuccagna per tutti. Keynes, ma prima di lui il filosofo progressista John Stuart Mill, ne sarebbe estremamente felice, e anche noi.

*Professore associato di Economia Politica, Padova

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