Gazprom è tornata a minacciare l’Europa sulle forniture di gas – facendo salire i prezzi – proprio mentre a Bruxelles gli ambasciatori dei 27 Paesi Ue erano al lavoro per modificare il piano per la riduzione dei consumi presentato la settimana scorsa dalla Commissione Ue in vista del Consiglio energia di martedì. Diversi Stati membri, tra i quali l’Italia, si erano detti contrari al meccanismo che in caso di emergenza imporrebbe il taglio del 15% del consumo complessivo di gas, non solo quello in arrivo dalla Russia. Il gruppo russo, dopo aver riattivato al 40% della capacità il gasdotto Nord Stream a valle della consueta manutenzione annuale, ha fatto sapere che i problemi alle turbine non sono affatto risolti e interrompe il funzionamento di un altro motore a gas Siemens presso la stazione di compressione Portovaya. Risultato: a partire da mercoledì il flusso verso la Germania sarà dimezzato scendendo al 20% della capacità totale, 33 milioni di metri cubi al giorno.

Secondo la Germania non c’è “nessuna ragione tecnica” per una riduzione del flusso. Ma Gazprom in una nota parla di “revisione periodica necessaria, in base alle condizioni del motore” e sostiene che i documenti “ricevuti dalle autorità canadesi da Siemens” e “li ha studiati ma è costretta ad affermare che non eliminano i rischi precedentemente identificati e sollevano ulteriori domande” sulle sanzioni dell’Ue e del Regno Unito, “la cui soluzione è importante per la consegna del motore alla Russia e la revisione urgente di altri motori a turbina a gas per il Portovaya CS”. In seguito alla dichiarazione il prezzo dei future sul gas ad Amsterdam, benchmark europeo del costo del metano, si è impennato. I future sul listino olandese hanno segnato un rialzo del 10%, a 176 euro al megawattora.

Intanto la Ue cerca la quadra sul regolamento sul piano di riduzione dei consumi cercando – con molta difficoltà – di non dare a Mosca un’immagine di sfaldamento e divisione. “Monitoriamo anche i media in Russia. Provare a dipingere il Consiglio di domani come una sorta di fallimento, una prova di discordia tra gli Stati membri è sicuramente qualcosa che vogliamo evitare. Ecco perché ho detto che è importante per noi dimostrare che l’Ue rimane unita anche in questi tempi difficili e che siamo preparati per gli scenari peggiori”, fa sapere un alto funzionario in vista del Consiglio Energia di domani. Nell’ultima bozza la dichiarazione dello stato di allerta forniture e il conseguenze obbligo di riduzione della domanda del 15% “può essere proposta dalla Commissione ma va approvata dalla maggioranza qualificata al Consiglio Ue o può essere richiesta da 5 Paesi membri“, spiega una fonte europea all’Ansa. La proposta originaria era che fosse la Commissione a dichiarare lo stato di allerta “ma la prima cosa che si è discussa (tra gli ambasciatori Ue) era sottolineare l’articolo 122 dei Trattati che dice che è il Consiglio che deve adottare misure di emergenza. C’è una forte corrente che pensa che siano gli Stati membri a dover dichiarare lo stato di allerta”. E’ stata la presidenza ceca, di concerto con l’esecutivo Ue, a presentare emendamenti al testo per venire incontro alle richieste dei Paesi membri per arrivare ad un’intesa martedì.

La durata del regolamento sulla riduzione di domanda inoltre scende da due anni a un anno. “Nel testo ci sarà una possibilità opzionale per la Commissione di proporne la proroga ma vogliamo concentrarci sul prossimo inverno e sull’obiettivo generale di riduzione dei 45 bcm, con la consapevolezza che bisogna essere preparati per uno scenario in cui il gas russo sia completamente assente”.

La presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen continua a difendere il suo piano e parlando all’agenzia Dpa sottolinea come “anche gli Stati membri che acquistano poco gas russo non possono sfuggire agli effetti di un potenziale blocco delle forniture sul nostro mercato interno”. Per questo “è importante che tutti gli Stati membri riducano la domanda, che tutti aumentino le scorte e le condividano con i membri più colpiti“, afferma. I commenti arrivano sulla scia delle critiche espresse sia dalla Spagna che dal Portogallo. Il governo portoghese ha definito il piano “insostenibile”.

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